I ragazzi di Lampedusa – seconda parte

Seconda parte del reportage da Lampedusa pubblicato su Galatea di maggio

(clicca qui per leggere la prima parte)

Perché siamo qui

“Io ho visto con i miei occhi i campi profughi che la Tunisia ha allestito a Ben Gardane, alla frontiera con la Libia: abbiamo accolto decine di migliaia di persone in fuga e gli abbiamo dato tutto”, racconta stupefattoTlili,30 anni, che non si aspettava, dopo 16 ore di mare, anche dieci giorni all’addiaccio.Ha studiato storia moderna, ma faceva il cameriere a Sidi Bouzid, la provincia tunisina dalla quale è divampata la prima rivoluzione del mondo arabo. Per arrivare al giaciglio che divide con altri sei ragazzi, bisogna arrampicarsi su quella che è stata ribattezzata “collina della vergogna”, evitando bottiglie vuote, sacchetti e cartacce. Teli sottili di plastica bianca sono appoggiati su due pali di ferro trovati chissà dove. Molti sassi e qualche pezzo di nastro adesivo, con la scritta “Lampedusa accoglienza”, impediscono che la baracca se ne voli via. La collina è esposta ai venti, l’umidità di notte fa scendere parecchio la temperatura.

La "collina della vergogna" dove molti giovani tunisini vivevano accampati

I ragazzi siedono davanti “casa” su vecchie sedie in plastica bianca. Tlili ieri è riuscito a persino a farsi la barba. “Ci siamo sbarazzati di questo presidente che era un voleur, un ladro, che in 23 anni non ha dato nulla alla Tunisia ma ha fatto arricchire solo il proprio entourage – spiega Tlili – ma il nuovo governo è ancora troppo debole per garantire un cambiamento e noi siamo stanchi di aspettare”. In famiglia sono in 9 ed è ora che lui trovi un lavoro più redditizio per aiutare i suoi. “La nostra è una delle regioni più povere. Sulla costa,nel Sahel, c’è turismo e anche qualche industria”, aggiunge. In realtà i ricchi ci sono anche a Sidi Bouzid: “Quadri amministrativi e militari non hannocerto bisogno di emigrare”.

Lui invece mette da parte i soldi, giorno dopo giorno. Per il viaggio servono 1900 dinari, circa 1000 euro, ed è suo cugino, che vive in Francia, a dargli l’aiuto decisivo. Appena arriva il money transfer da 400 euro, Tlili parte per Zarzis, da dove salperà. Come molti della sua regione, non sa nuotare e la traversata gli fa paura. Ma tutti i 140 passeggeri arrivano a destinazione, a “Lambadusa”. “Dio ci hai aiutato ad arrivare sani e salvi – dice Tlili – e ci aiuterà anche ora, non lascerà che ci riportino indietro. Se tutte queste persone tornassero indietro – aggiunge – la situazione in Tunisia diventerebbe esplosiva”.

Tlili è grato ai lampedusani: “ci hanno dato vestiti, cibo, acqua – racconta – ma ora è la Repubblica italiana che ci deve aiutare. Se vogliono darci una mano devono lasciarci andare in Sicilia, a Roma, a Bari, a Milano”. Vuole solo lavorare, qualsiasi mestiere purché pulito. “Noi bouzidiennessiamo gente tosta, determinata, non abbiamo avuto paura della polizia e per primi abbiamo fatto scioperi e lotte”, dice con orgoglio. In Europa cerca il benessere, ma anche la libertà e nuovi amici. “Nei paesi arabi tutto sta cambiando, dalla Tunisia all’Arabia Saudita Dio aiuterà i musulmani poveri. Ci sono paesi che galleggiano sul petrolio – dice – e non ha senso che i governanti continuino ad affamare iloro popoli”.

Giovani tunisini al porto di Lampedusa

(…)

CONTINUA nei prossimi giorni su queste pagine e in versione integrale sulla rivista Galatea di maggio (si può ordinare in libreria o rivolgendosi all’editore)

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Un pensiero su “I ragazzi di Lampedusa – seconda parte

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