I ragazzi di Lampedusa – terza parte

Terza parte del reportage da Lampedusa pubblicato su Galatea di maggio

(recupera la prima o la seconda puntata se non le hai ancora lette)

Ilyess

Intanto, al molo, è iniziata la fila per il pasto, ma qualcuno rimane seduto sulla collina. “Non ce la faccio a stare in quella calca”, spiega Ilyess. È un ragazzo minuto, con un bel sorriso.  Viene daZarzis, ha 30 anni e un cappellino dell’Inter che gli ha regalato Anna: l’amica che ha trovato a Lampedusa, lo ha adottato, gli fa il caffè la mattina, lo ha portato a casa a farsi la doccia, lo ha rifornito di abiti puliti. Ilyess ora ha uno zainetto blu che sembra perfetto per una gita scolastica: fazzoletti di carta, salviette, merendine, abiti di ricambio, un’agenda con la dedica di Anna, una busta con un po’ di soldi e la scritta “Bonne chance!”. C’è persino una cartina dell’Italia, “per capire come arrivare in Francia, inshallah”.

Il quaderno con dedica regalato a Ilyess

Il fratello di Ilyess vive nella banlieue di Parigi da quattro anni, senza documenti, e fa le consegne a domicilio per una pizzeria. Ilyess vuole raggiungerlo e spera di poter fare il suo lavoro, decoratore d’interni, come spiega mostrando le foto sul cellulare: pavimenti in ceramica e pareti dipinte si alternano ai primi piani della sua ragazza. “Puoi stare come sans papier anche per qualche anno – sostiene – basta non dare nell’occhio, non fare mai niente contro la legge, neanche prendere la metro senza biglietto”. Il suo obiettivo è lavorare in Francia qualche anno per mandare un po’ di soldi a casa, e risparmiarne altri con cui comprare un appartamento. C’è chi si paga il viaggio dalla Tunisia vendendo la macchina o la moto, lui i mille euro li ha risparmiati da solo, sono l’equivalente di quattro o cinque mesi di lavoro. “Non guadagnavo abbastanza per avere una vita mia, per costruirmi qualcosa. Per questo – spiega – ho deciso di fare harraga, il viaggio da clandestino, anche se a rischio della vita”.In realtà,Ilyess ci aveva già provato una volta, a febbraio, ma la polizia costiera tunisina li aveva fermati quasi subito e lo scafista gli ha reso metà dei soldi. Poi ci riprova, e stavolta funziona. “In 23anni di regime di Ben Ali non ho mai votato per lui – dice – ma ora del nuovo governo non abbiamo ancora visto nessun risultato. Non possiamo perdere tutta la nostra vita”. Alla domanda sulla sua fede in Dio, risponde quasi offeso: “Certo che ci credo, sono musulmano”. L’islam, in effetti, nessuno lo mette in dubbio: nonostante i rischi corsi e la situazione drammatica che stanno vivendo, tutti si affidano ad Allah. L’unico dei ragazzi che, il giorno dopo, si confesserà ateo, vorrà restare anonimo: “Se non sei religioso – si giustifica – molti si sentono in diritto di trattarti male”.

A Lampedusa sono nate anche amicizie, come quella tra Ilyess e Nourredine, un pasticcere di una decina d’anni più vecchio di lui, che ha deciso di emigrare per provare a offrire qualcosa di più ai suoi 7 figli. Ilyess ci tiene molto a precisare che i tunisini non sono tutti uguali: “Nel nord est e nel centro sono molto più poveri e sono abituati a rubare”. Anche la Tunisia ha i suoi “terroni”. Dice che qualcuno è stato derubato del cellulare, sull’isola o sul barcone, e quando tra i migranti in attesa del cibo compaiono due ragazze vestite alla moda, ipotizza: “Sono state scippate, e ora sono qui per riconoscere in viso i colpevoli”.

Lamentele per il cibo al porto di Lampedusa

Su questo Ilyess si sbaglia. La ragazza bruna, che sembra fresca di parrucchiere, con gli occhiali da sole e l’ultimo modello di Nike ai piedi, è una giovane tunisina che vive a Verona. È venuta in aereo per aiutare suo fratello, ma non può fare nulla e finisce per prendersela con il responsabile del consorzio Lampedusa Accoglienza, Cono Galipò. Dopo avere passato due ore sotto il sole ad aspettare il sacchetto con il pranzo, molti ragazzi stanno tornando indietro a restituirlo, dicendo che “il riso puzza”. Galipò toglie la pellicola di plastica da uno dei piatti e si mette a mangiare anche lui, davanti agli obiettivi delle telecamere. Il consorzio riceve 33 euro al giorno per ognuno degli immigrati sull’isola, che oggi sono circa4 mila 500. Per questa cifra dovrebbe fornire un cambio di abiti, l’alloggio nel centro di accoglienza, che però da giorni non ha più spazio per nessuno, 10 sigarette al giorno e due pasti. Il pranzo di oggi è composto da riso con tonno e funghi, due panini, una bottiglia d’acqua ogni due persone e una brioche. Niente frutta, perché da giorni non arriva la nave da porto Empedocle, e per lo stesso motivo le sigarette sono razionate, ne spettano soltanto 4. Il “pacchetto” comprende anche 5 euro di scheda telefonica ogni 10 giorni. “Non lo abbiamo scelto noi di fare questa attività di servizio pasti sul molo – spiega Golipò: – ci è stato chiesto data la situazione di emergenza. Noi cuciniamo tutto fresco, c’è una difficoltà oggettiva nel servizio, ma il cibo è buono. Se si lamentano – conclude – è perché sono esasperati e se ne vogliono andare da qui”.

(…)

CONTINUA nei prossimi giorni su queste pagine e in versione integrale sulla rivista Galatea di maggio (si può ordinare in libreria o rivolgendosi all’editore)

Testo di Giulia Bondi. Copyright Galatea.

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