I ragazzi di Lampedusa – quarta parte: La solidarietà

Terza parte del reportage da Lampedusa pubblicato su Galatea di maggio

(recupera la prima, la seconda o la terza puntata se non le hai ancora lette)

La solidarietà della gente

Dal caos del porto, Ilyess risale a piedi verso il centro, per bere un caffè con Nourredine. Al bar Roma li raggiungono Anna e Giusi, che oltre a loro hanno anche altri protetti. Ogni sera distribuiscono abiti, pasta e panini sulla strada accanto ai giardinetti. Anna, 57 anni, è un’infermiera in pensione, originaria di Roma. Abita sull’isola da quasi un ventennio. Giusi invece insegna italiano e latino al liceo scientifico. È di Bagheria, in provincia di Palermo, aveva chiesto il trasferimento a Lampedusa per un anno, ma ormai è bloccata qui da tre.  Non si lamenta: “Anzi, devo ringraziare la Gelmini di questa esperienza, drammatica ma piena di emozioni”. All’arrivo dei primi ragazzi stranieri minorenni, Giusi ha preparato un gioco e un piccolo progetto didattico da proporre, al pomeriggio, per tenerli un po’ impegnati. Ma la prefettura di Agrigento le ha negato il permesso di entrare al centro di accoglienza. “Questa ‘invasione’ ci ha fatto cambiare opinione sulla Chiesa – dicono Anna e Giusi – perché la Caritas ha fatto tantissimo, molto più della Protezione civile, della Croce rossa e dello Stato in generale: fosse stato per loro, questi ragazzi sarebbero morti di fame”. Tunisini e isolani sono stati molto civili, sostengono, nonostante sia chiaro che la stagione turistica è ormai compromessa: “A subirne le conseguenze saranno le famiglie più umili, quelli che magari d’estate vanno a dormire dai parenti per affittare l’appartamento ai turisti, che si indebitano per tirare avanti d’inverno. I grandi imprenditori – afferma Anna – hanno gli alberghi aperti e funzionanti già da gennaio, pieni di poliziotti e giornalisti”.

Il servizio ricarica offerto da un negoziante di Lampedusa

Nello slancio di solidarietà che ha coinvolto tanti lampedusaninon mancano gli episodi comici. Dario, il fidanzato di Giusi, è venuto a trovarla dalla Sicilia e si è trovato catapultato nell’emergenza, a smistare magliette e catalogare scarpe di seconda mano. L’unico pomeriggio in cui ha deciso di rilassarsi, andando a pescare da solo, un giovane tunisino lo ha raggiunto sugli scogli per chiedergli amo e un pezzo di filo. Di aneddoti da raccontare ne hanno un po’ tutti. “Uno dei ‘miei tunisini’ èstato imbarcato ieri – aggiunge Giusi – e mi ha promesso che tornerà a trovarmi in Lamborghini”. Scuote la testa sconsolata: “Ho aiutato un capitalista!”. Poi si arrotola una sigaretta e si avvia verso casa: qui c’è la calata dei tunisini, ma a scuola stanno facendo i Visigoti, e la lezione è ancora tutta da preparare.

I tavolini del bar Roma sono ancora pieni, come anche i gradini e il marciapiede. Gli espressi, serviti nei bicchierini di plastica, come in tutti i locali dell’isola, si bevono tiepidi, lentamente, come fossero caffè turchi, intervallati da chiacchiere e sigarette, chi le ha. Tommaso, il barista, è seduto alla cassa a fare conti, la madre lavora a maglia dietro il bancone. “Gli immigrati – dice – sono sempre arrivati, ma prima la macchina organizzativa funzionava bene. Al centro c’erano anche 1800 persone, ma nessuno se ne accorgeva. Ora invece – sostieneTommaso – il Governo ha voluto che le cose andassero così: ci ha usato per attirare l’attenzione dell’Unione Europea. Noi facciamo quello che possiamo, siamo stanchi, ma cerchiamo di dare una mano.Per ora regaliamo caffè e coperte. E per quest’estate, speriamo bene”.

Giovani tunisini intrecciano palme secondo un'antica tradizione nota anche a Palermo

Sembra un contrappasso, ma molti dei tunisini che sono arrivati lavoravano nel turismo.Hanno perso il lavoro perché il paese, ora, è troppo instabile per i tour operator. Aymon ha 26 anni ed è originario di Kasserine, una città ai piedi delle montagne. Ha i capelli lunghi, jeans a vita bassa da rapper, e parla un inglese imparato con i turisti, facendo il tatuatore negli hotel. Se n’è andato “per essere più libero e più sicuro”, perché “per le persone comuni in Tunisia non è cambiato niente. La poliziaè sempre quella”. Lui c’era, alle manifestazioni che hanno fatto cadere il regime. “Ho fatto come tutti – dice semplicemente: – ho preso i cartelli e ho gridato ‘freedom’. E mi sono sentito meglio perché siamo riusciti a cacciare quei ladri”. Ora, però,ancora non sa dove andrà. Vorrebbe un lavoro qualsiasi, “duro e pulito, perché i soldi che guadagni troppo facilmente se ne vanno in fretta”. Da dieci anni ha lasciato la sua famiglia per cavarsela da solo, vivendo tra Tunisi e la costa. A casa lo stipendio di suo padre doveva bastare per mantenere gli altri 5 fratelli. “Tra i lampedusani – sostiene – c’è gente razzista e gente che ci ha aiutato moltissimo. Li capisco, non è colpa loro, ma del Governo”.Dopo 13 giorni a dormire sotto le stelle, il suo più grande desiderio sarebbe farsi una doccia. “Seeyoulater, alligator”, dice abbassandosi gli occhiali da sole e uscendo dal bar.

(…)

CONTINUA nei prossimi giorni su queste pagine e in versione integrale sulla rivista Galatea di maggio (si può ordinare in libreria o rivolgendosi all’editore)

Testo di Giulia Bondi. Copyright Galatea.

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