I ragazzi di Lampedusa – sesta puntata: la “Loran”

Sesta puntata  del reportage da Lampedusa pubblicato su Galatea di maggio

(recupera la prima, la seconda, la terza, la quarta o la quinta puntata se non le hai ancora lette)

La “Loran”: altre storie

Tra i ragazzi che affollano marciapiedi e panchine ce ne sono tanti come Naoufel. E altri come Ahmed, suo sedicente cugino, che impiega 20 minuti d’orologio a tentare di convincere un giornalista a comprargli una bottiglia di whisky. Un’ordinanza del sindaco vieta di vendere alcolici agli stranieri, ma c’è chi la aggira passando i soldi a qualche italiano. Da una parte si proibisce, dall’altra si chiude un occhio, se è vero, come assicurano alcuni giovani isolani, che “per non farli sbroccare del tutto, la polizia, quando li perquisisce, gli lascia addosso il fumo”. Contraddizioni di cui è piena l’isola. La maggior parte dei lampedusani si è fatta in quattro per aiutare “i ragazzi”. Quasi ogni famiglia ha adottato qualcuno, gli prepara da mangiare, lo invita a farsi la doccia. Le strade sono piene di ragazzoni con le sacche da calcio dell’A.S. Lampedusa o gli zainetti di Barbie dismessi da qualche bambina. Eppure, i protagonisti di questa gara di solidarietà sono le stesse persone che hanno bloccato il porto e le strade per impedire che due tendopoli da 500 posti dessero a parte dei tunisini una branda minimamente decente per dormire.

“Se avessimo permesso la costruzione della tendopoli – spiega ancora Anna – sarebbe rimasta qui per sempre”. Le fa eco Maurizio, guardia forestale quarantenne che gli amici vorrebbero “capo della protezione civile”, tanto si è dato da fare per i nuovi arrivati: “Quest’isola – sostiene Maurizio – sarebbe tornata una colonia penale, com’era fino al secolo scorso”. Qualcuno disposto a dare credito a Silvio Berlusconi, e alle promesse di campi da golf ed esenzioni fiscali, sembra esserci. Ma che la tendopoli sarebbe stata svuotata in fretta, non ci ha creduto nessuno. E così, al posto delle tende blu del Ministero dell’interno, sono spuntate le vele, le coperte e i teli di plastica della “collina della vergogna”.

È più dignitosa (ma sempre “priva delle necessarie garanzie di rispetto dei diritti”, precisa il portavoce di Save the Children Michele Prosperi) la sistemazione alla “Loran”, dall’altro capo dell’isola. Ci si arriva dopo qualche chilometro di strada tra capre e scogliere. Le frecce a sinistra conducono alle spiagge più famose, la Guitgia, l’Isola dei conigli, dove depongono le uova le tartarughe, Cala Pulcino, che si raggiunge solo a piedi o in barca. L’ex base “Loran” della Nato, già sotto attacco dei missili di Gheddafi nel 1986, ospita un centinaio di persone. Ci sono donne, alcune accompagnate dai giovani mariti, e ragazzi minorenni, la maggior parte adolescenti che le famiglie hanno mandato a cercare fortuna in Europa. A guardare le loro facce, jeans, berretti e giacche a vento, i ragazzini non hanno quasi nulla di diverso dai loro coetanei della Magliana, del Pilastro o di Scampia. Si lamentano del cibo, cattivo e monotono, con lo stesso refrain che si stente al molo: “macaroni, toujourmacaroni”. Anche per loro, però, il tormento peggiore non è il mal di pancia, ma l’incertezza e l’attesa. Come minorenni, la legge italiana vieta di rimpatriarli e prevede un preciso percorso di integrazione, al termine del quale potranno ricevere il permesso di soggiorno.

I ragazzi fuori dalla base "Loran"

In realtà, però, il cammino è pieno di rischi e ostacoli. Secondo i dati di Save the Children, 700 minori tunisini “non accompagnati”sono sbarcati a Lampedusa tra il 10 febbraio e l’inizio di aprile. “Sono adolescenti che sognano un futuro migliore, una vita diversa da quella dei propri genitori – prosegue Michele Prosperi – e, come nel caso degli adulti, molti di loro vorrebbero arrivare in Francia”. Sono quasi tutti maschi tra i 12 e i 17 anni, ma c’è anche qualche bambino più piccolo e qualche ragazza. Oltre metà di loro è già stata trasferitain comunità o case famiglia sparse in tutta Italia, dove hanno diritto a ricevere accoglienza, formazione e tutela legale fino ai18 anni. Il percorso di integrazione dura due anni e chi lo completa con successo ha diritto a chiedere un permesso di soggiorno. Dal 2009, però, la legge 94 (il cosiddetto “pacchetto sicurezza”), che ha introdotto il reato di immigrazione clandestina, ha portato con sé un paradosso: “Molti di questi ragazzi – denuncia Save the Children – arrivano in Italia a 17 anni, non fanno in tempo a concludere il percorso, e a 18 diventano automaticamente clandestini”. Fortunatamente, molti sindaci, che sui vari territori sono i responsabili legali di questi minorenni, interpretano la normativa in modo ampio e consentono di evitare queste situazioni. Molti ragazzi, comunque, per paura o per sfiducia, scappano dalle comunità cui sono assegnati: stando al sito dell’organizzazione umanitaria, si va dal 15% al 60% dei casi, a seconda delle regioni. Soli e senza documenti, molti diventano preda della criminalità: “In Sicilia alcuni sono finiti a fare i corrieri per i pizzini dei mafiosi – racconta ancora Michele Prosperi: – lo ha denunciato il procuratore antimafia Piero Grasso”.

Teoricamente, dalla base non si potrebbe uscire, ma c’è chi se ne va “per comprare le sigarette in centro”, in realtà per tentare di imbarcarsi per la Sicilia, fingendo di avere già 18 anni. Altri escono dal cancello e si sdraiano sulla strada di accesso come forma di protesta. Ai camionisti che devono entrarecoi rifornimenti basta accelerare un po’ per disperderli subito. Le giornate trascorrono nell’attesa di novità, seduti sulle panchine e sui gradini dietro la rete metallica e il filo spinato, o subito fuori, se i sorveglianti chiudono un occhio.

La prima ad avvicinarsi alla rete è Hanin, 36 anni, che sa un po’ di italiano. AZarzis aveva aperto un negozio di parrucchiera,ma non ce la faceva a pagare il mutuo. “E Non potevo ‘aspettare fino al 2012’, come si sente dire dal governo provvisorio. Io – dice – volevo cambiare la mia vita adesso”. In Italia è disposta a lavorare come domestica, cameriera, “o quello che troverò”. Così ha venduto il negozio ed è partita, sola, perché non è sposata “e non ho intenzione di farlo”. Ora quello che la tormenta è la mancanza della sua famiglia, e l’incertezza: “Tutti parlano bugie – dice – e intanto siamo qui da giorni”.

Alla base ci sono anche alcune giovani coppie. Saima ha 20 anni ma ne dimostra ancora meno. Suo marito, Janed, è un falegname di 26 anni, originario di Sousse.  Alza la t-shirt per mostrare le ferite che si è procurato da solo, con una lametta, “per paura che mi rimandassero in Tunisia”. Vorrebbero arrivare in Francia, a Parigi o Marsiglia. “Siamo fuggiti – dice lei – perché democrazia e libertà sono ancora soltanto parole. Le nostre famiglie hanno fatto dei sacrifici per noi, abbiamo rischiato la vita in mare per arrivare qui, e ora – sospira – siamo sospesi. Non si può vivere in questo modo”.

Zouhaier, 17 anni, ha dei pantaloni mimetici e un giubbotto grigio. Un cappellino con la visiera gli fa ombra sugli occhi. D’accordo con la mamma ha deciso di lasciare la scuola a metà anno e partire, ma studiare gli piaceva, e in Italia vorrebbe tanto continuare.Magari arrivare fino all’università, diventare un informatico. I suoi non hanno un lavoro, in Tunisia non ce l’avrebbero fatta a dargli il futuro che voleva. Gli mancano i pomeriggi all’internet pointe non vede l’ora di riaprire il suo Facebook, con la foto del profilo che lo ritrae controluce, in kimono e cintura rossa. Di due cose Zouhaier è orgoglioso: la sua città, Sidi Bouzid, “dove tutto ha avuto inizio”, e le sue medaglie agli ultimi campionati nazionali giovanili di taekwondo. A differenza degli altri ragazzi, lui non fuma, resta in disparte, parla a voce bassa. Mentre gli altri ricominciano a protestare davanti alla telecamera di “Porta a porta”,resta appoggiato alla recinzione e prende appunti su un piccolo quaderno.

Due donne, Rajelamti e Nadia, incitano i ragazzi, danno il ritmo a un coretto di “Italia, Italia”. Entrambe sono sbarcate a Lampedusa da pochi giorni. La prima ha lasciato in Tunisia quattro figli, il più grande di 23 anni, il più piccolo di 7. Vuole raggiungere il marito a Casal Di Principe: lui non riesce più a mandare soldi a casa da quando un incidente sul lavoro l’ha reso invalido. È la più determinata in questa piccola protesta. Ai “Vivel’Italie” che gridano tutti, aggiunge: “Non sono più tunisina, voglio morire qui”. Pochi minuti prima, da dietro la recinzione, con la stessa grinta, si lamentava del caro-vita: “Che senso ha lavorare per 3 dinari al giorno (circa 1,5 euro, ndr) se una baguette costa 250 centesimi e un litro di latte più di un dinaro?”. Chi l’ha convinta a partire, però, non sono stati i prezzi, ma la polizia “di quel ladro di Ben Ali”: “Mi hanno picchiata perché sono uscita col coprifuoco – racconta – ma volevo solo trovare qualcosa da mangiare per i miei figli”.Rajelamti sarebbe maestra d’asilo, ma qui in Italia – assicura – è disposta a fare qualsiasi lavoro.

Nadia ha una maglia azzurra scollata e pantaloni della tuta. Tiene a tracolla un piccolo marsupio, ha i capelli raccolti e più rughe dei suoi 35 anni. È di Kef e vorrebbe raggiungere suo fratello a Bari. Farla venire in Italia in regola non è stato possibile. Rajelamtifa da interpretedall’arabo al francese, ma alle domande sulla famiglia risponde lei, senza nemmeno interrogare Nadia: “È divorziata e non ha figli”, dice. Nadia tiene gli occhi bassi e Rajelamtiricomincia a raccontare del viaggio: “Nella traversata sono morti una donna incinta e un bambino”. Poi Nadia stringe le dita attorno alla recinzione e aggiunge qualcosa. “Nel viaggio è morto suo figlio, di undici mesi”, traduce l’altra. Il vigile del fuoco di guardia alla base ammonisce: “Inventano anche tante cose non vere”. Controllare l’informazione con certezza è difficile, ma le lacrime si vedono, oltre l’ombra del reticolato. La rete è sottile, ma separa due mondi: da una parte i ragazzi in divisa, chiamati a controllare giovani poco meno che coetanei. Dall’altra un’umanità minore, che non può piangere un figlio senza essere sospettata di mentire.

(…)

CONTINUA nei prossimi giorni su queste pagine e in versione integrale sulla rivista Galatea di maggio (si può ordinare in libreria o rivolgendosi all’editore)

Testo di Giulia Bondi. Copyright Galatea.

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Un pensiero su “I ragazzi di Lampedusa – sesta puntata: la “Loran”

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