Il mestiere della penna: interviste sul giornalismo. # 1, Joe Sacco

Intervista a Joe Sacco realizzata alla Festa di Internazionale di Ferrara e  pubblicata sul Mucchio (novembre 2009)

GIORNALISMO A FUMETTI

Joe Sacco, Autoritratto

Il suo prossimo libro uscirà negli Usa a dicembre. Quasi 400 pagine di fumetti, “Footnotes in Gaza”. Note a piè di pagina, per una storia che nasce da incidenti dimenticati, a malapena citati negli archivi. Pagine fitte di appunti, fango di campi profughi sulle scarpe, voci di gente comune, e mesi alla scrivania a disegnarle. Scarpe grosse, occhiali, e una sorridente e straordinaria umiltà, Joe Sacco era a Ferrara, ospite della rivista “Internazionale”, per parlare di guerre a fumetti.

Come hai cominciato coi reportage di guerra? Lavoravi a una rivista di notai, una cosa noiosa…

L’hai detto tu, era un lavoro troppo noioso, non volevo farlo fino alla pensione. Tutti vogliamo fare cose interessanti, anche se comporta dei rischi e non sempre dà risultati. Sono stato anche in un giornale locale, ma quello che facevo non era giornalismo. Il responsabile della pubblicità mi metteva sulla scrivania il biglietto da visita di un inserzionista dicendo: facciamoci un bell’articolo. Un mix di giornalismo e commercio che trovavo disgustoso. Così sono passato alle strisce satiriche, ma non avevo mai pensato di unire il giornalismo ai fumetti.

E poi?

All’inizio degli anni Novanta vivevo a Berlino, disegnavo manifesti rock. Avevo questo grande interesse per la Palestina e mi sono detto: prendo un aereo e ci vado. Era il momento giusto, e alla fine tutto si è combinato insieme un po’ per caso. Ero un disegnatore, poi è tornata fuori la mia formazione da giornalista. La teoria è venuta dopo, a forza di sentirmelo chiedere!

Come nasce un tuo fumetto?

Sul posto faccio un lavoro giornalistico, con le interviste e tutto quanto. Però devo fare alcune domande particolari, molto “visive”, che mi servono per disegnare. Chiedo alle persone dettagli su come erano vestite, sull’aspetto dei luoghi. Faccio foto noiose, ma necessarie, per avere riferimenti precisi di cose che  dovrò disegnare. I disegni li faccio solo se fare foto non è una buona idea, ai check point per esempio, e ogni volta che li attraverso aggiungo nuovi dettagli. Ogni sera tengo un diario, descrivo situazioni,  immagini e scorci che mi hanno colpito. Poi, a casa, faccio un indice di tutti gli appunti – un lavoro che può richiedere settimane – sbobino le interviste e faccio una sceneggiatura completa. Possono volerci anche due o tre mesi, come nel caso del nuovo libro. Solo allora comincio a disegnare e man mano, se necessario, torno indietro a correggere la sceneggiatura.

Il tuo essere in prima persona nella storia è un modo straordinario per rendere sia la vicinanza alle persone, sia lo spaesamento del giornalista, sballottato tra le diverse parti in causa.

Sono dentro la storia perché voglio mostrare come le persone reagiscono di fronte a un estraneo. E anche perché voglio che sia chiaro che disegno il mio punto di vista, non qualcosa di obiettivo. I lettori vedono le cose attraverso i miei occhi. E poi mi piace parlare di gente comune, quelli sopra le cui teste passa la Storia, quelli che subiscono le decisioni altrui. Anche questo è nato per caso, perché all’inizio non avevo né soldi né credibilità, e anche volendo i pezzi grossi non mi avrebbero mai ricevuto. Ho iniziato a frequentare i bar, le strade, ho capito che le persone che contano non sono né politici né poliziotti. E poi, in posti come la Palestina o i Balcani basta tenere occhi e orecchie aperte, e le storie ti vengono addosso.

Ti presenti come giornalista?

Sono fortunato perché quello che faccio è molto comprensibile. Se porto con me una copia del mio libro, tutti riconoscono i luoghi. Vedono se stessi, capiscono che parlerò di loro e mi prendono sul serio.

“The fixer” (in italiano “Neven- Una storia da Sarajevo”, ndr) è un ritratto del giornalista di oggi, legato a doppio filo al proprio interprete, o ai militari se è embedded. Tu come fai a sentirti indipendente, come verifichi le fonti?

“The fixer” riguarda proprio questo: spesso i giornalisti non sono in grado di stabilire se quello che gli viene raccontato è vero. A volte, le persone che dovrebbero aiutarti ti tengono all’oscuro di qualcosa oppure esagerano qualcos’altro, a seconda di quali sono le loro priorità. Non è sempre così, ma in genere ai giornalisti non piace parlarne. È un po’ come ammettere di dipendere da altre persone. Il nuovo libro, “Footnotes in Gaza”, è un lavoro sulla memoria e verificare le storie è stato molto difficile. Ho parlato con ottantenni, chiedendo loro di ricordare cose accadute nel 1956. Ho sentito ripetere le stesse storie da persone diverse, con versioni anche completamente diverse. Quello che ho scelto di fare è mettere il lettore di fronte alla complessità: in generale la vicenda ha una sua traiettoria, ma ci sono anche punti di vista che si contraddicono. Volevo mostrare il processo di ricerca, mettere in luce i problemi che ci sono nel costruire una storia anziché offrire semplicemente la soluzione.

Molti inviati di guerra propinano al pubblico lanci d’agenzia dal balcone dell’albergo. Tu invece vai dai al lettore la sensazione della difficoltà, ma anche dell’ironia degli scenari di guerra. Ti hanno mai chiesto di cambiare qualcosa che avevi scritto?

La cosa positiva dei fumetti è che nessuno fa veramente caso a quello che fai. Così, a parte quest’ultimo libro, non ho mai avuto un editor e nulla mi è mai stato cambiato. Stavolta, siccome la questione storica è complessa, sono stato io a volere un editor. È una mia amica israeliana, politicamente la pensiamo allo stesso modo, ma conosce bene Israele e mi sa dire se qualcosa che ho scritto è palesemente sbagliato. Ma ha sempre lasciato a me l’ultima parola.

Quindi nessuno ti ha mai detto: la guerra è una cosa seria, non c’è niente da ridere?

Non sarei il primo a ironizzare sulla guerra. Anzi, le persone in queste situazioni hanno uno straordinario humour nero. In Bosnia o in Palestina, la gente scherza continuamente. A Gaza ho visto Ashraf, uno dei personaggi del mio nuovo libro, dare una pacca sulla spalla a un amico dicendogli: complimenti, ti hanno appena demolito la casa. E l’amico ancora non lo sapeva…

Parliamo di questo nuovo libro.

“Footnotes in Gaza” è un libro lungo, quasi 400 pagine, ed è principalmente un libro storico, su alcuni incidenti accaduti a Gaza nel 1956. Su questi episodi c’erano pochissime testimonianze scritte. Ne avevo sentito parlare e sono andato a Gaza, nel 2002 e 2003, in cerca di persone anziane che ricordassero questi incidenti. Il filo principale è storico, ma racconto anche cose che ho visto vivendo a Rafah e Khan Younis, soprattutto le demolizioni di case da parte dell’esercito israeliano.

Chi saranno i personaggi principali, oltre a te?

Uno è un anziano fedayin palestinese, che da giovane attraversava il confine con Israele per attaccare civili e soldati ebrei. Un altro è un guerrigliero di oggi, ricercato dagli israeliani, ormai stanco di fuggire. Quello che cerco di raccontare con queste due figure è la resistenza, comunque la si voglia chiamare, nel 1956 e oggi. Un altro personaggio è Ashraf, un ragazzo che ho incontrato mentre gli demolivano la casa. Spesso le demolizioni non avvengono in una volta sola, ma per fasi: prima un bulldozer colpisce la casa, come un avvertimento, come per dire, “è il momento di andare”. Poi dopo qualche settimana la colpisce di nuovo e la demolisce completamente. “Footnotes” è anche la storia di Ashraf.

Non credi che il libro sia un po’ invecchiato dopo l’ultima offensiva su Gaza?

Ci sono stati dei cambiamenti dal mio ultimo viaggio: dallo smantellamento delle colonie all’ascesa al potere di Hamas. Ho comunque deciso di non aggiornare il libro, a parte la prefazione, perché è un lavoro storico. Anche le demolizioni ora appartengono alla storia: non avvengono più, ma io l’ho documentato.

Cosa hai trovato di diverso rispetto al tuo precedente viaggio?

Un’occupazione ancora più violenta e un paesaggio diverso. Nel mio libro “Palestina” c’erano case misere, coi tetti di plastica ondulata e le pietre sopra. Dopo gli accordi di Oslo, invece, si è costruito parecchio, come se la gente avesse pensato: c’è la pace, costruiamo. Ora la pace non c’è, ma gli edifici sì. Più cemento e più dettagli da disegnare. Ma l’occupazione continua e i palestinesi continuano a soffrire.

Hai mai pensato di scrivere qualcosa su Israele?

Mi rivolgo a un pubblico statunitense, e in America il punto di vista di Israele è documentato e dominante, mentre nessuno conosce le vicende dei palestinesi. Io cerco di equilibrare questa situazione. Non dico che il punto di vista israeliano non sia valido, ma per il pubblico americano è meglio che io continui a dare voce ai palestinesi.

Quali sono stati il paese e la guerra più difficili da raccontare?

Ogni paese aveva le proprie difficoltà. In Palestina, per esempio, credo di avere fatto tutto quel che si poteva fare senza conoscere l’arabo. Parlo maltese, ma non è abbastanza simile all’arabo. Allora ho pensato che se avessi raccontato storie di persone americane avrei potuto cogliere tutto quel che dicevano, e sono andato in Iraq come embedded. È stato buffo, perché se sei con i palestinesi vivi il loro punto di vista, se sei con i soldati americani capisci le loro paure. Ma anche in Iraq mi sono reso conto che avevo un problema: sapendo che ero un giornalista, i soldati stavano attenti a quel che dicevano, non raccontavano tutto. I problemi ci sono sempre, io cerco di rendere i lettori partecipi delle difficoltà che incontro.

Magari un palestinese e un americano della stessa età in fondo si assomigliano.

Credo che la gente voglia le stesse cose fondamentali: una vita tranquilla, una famiglia. Ma c’è chi crede di avere una ragione per essere quello che è. Gli americani si arruolano perché pensano che l’America sia il più grande paese del mondo, pensano quasi di essere d’aiuto agli iracheni. I palestinesi invece si vittimizzano, sanno che domani sarà come oggi, o ieri, o peggio. Ma forse se un americano vivesse le stesse esperienze la penserebbe allo stesso modo.

Dall’arrivo di Obama ti aspetti qualche cambiamento?

Qualcosa cambierà, perché Bush era oltre ogni immaginazione, mentre Obama è un uomo molto intelligente e sembra relativamente ragionevole. Ma ormai l’America ha una propria linea politica, che credo rimarrà quella, anche se magari in modo più serpeggiante. Insomma, Obama è certamente meglio di Bush ma rischia di deluderci lo stesso. Comunque, stiamo a vedere…

E sull’Italia, o sul nostro Premier, hai mai pensato di fare un fumetto?

A me piace andare nei posti di cui nessuno parla. Credo ci siano molti autori italiani che conoscono questa situazione dall’interno e potrebbero raccontarla meglio di me. Io preferisco parlare di chi non ha voce.  Ora sto lavorando a una storia su Malta e i migranti africani. Se mai, farò qualcosa sui migranti africani in Italia, sulle loro storie.

Qual è, per te, il lavoro migliore che hai fatto?

Credo sia “How I loved the war” (nella raccolta “Notes from a defeatist”, ndr). È una storia sul periodo in cui vivevo a Berlino, avevo rotto con la mia ragazza in America e stava per cominciare la prima guerra del Golfo. Mi sentivo cadere il mondo addosso, da un punto di vista personale e politico. Tutti mi conoscono per il giornalismo, ma per me la cosa migliore che ho scritto è quella.
Immagini mai una colonna sonora per le tue strisce?

Non penso a vere e proprie colonne sonore, ma in alcuni lavori, per esempio sulla Bosnia, ci sono delle tavole ambientate nei club, con la musica molto alta e aggressiva, disegnate “a tutto volume”. Poi c’è uno dei miei libri, “But I like it”, in cui ho seguito la turné di una rock band, ma non ha venduto molto…

E mentre disegni ascolti musica?

Ascolto blues, rock, jazz… ma se devo concentrarmi su qualcosa di delicato o magari violento, allora scelgo il silenzio. C’è una componente di meditazione nel mio modo di disegnare, quando ripeto le stesse linee per riempire le tavole è un po’ come meditare. Altre volte riascolto la stessa musica che ho sentito in un luogo, per recuperare un po’ di quell’atmosfera.
Che futuro vedi per il giornalismo a fumetti?

Ora ci sono riviste che pubblicano molto graphic journalism, in Italia c’è “Internazionale”, in Francia “21”. Quando ho iniziato non venivo considerato molto, ma ora per i giornalisti a fumetti le cose stanno migliorando.

E per il giornalismo in generale, nell’epoca del web e dei videofonini?

Mi piace l’idea che le persone comuni possano documentare ciò che vedono, ma credo che serva comunque un po’ di formazione giornalistica, magari non una scuola, ma un po’ di esperienza sul campo. Chi racconta non può credere a tutto quel che sente, deve essere in grado di discernere, deve leggere molto, prepararsi. Io racconto con il disegno e metto me stesso dentro le storie, ma quando raccolgo le informazioni lavoro in modo molto classico, tradizionale.

E che potere hanno i fumetti rispetto al giornalismo tradizionale?

Il lettore apre un libro, e si trova catapultato in un posto, immediatamente. Con una serie di immagini si può veramente ricostruire uno scenario, rendere un’atmosfera, anche senza parole. A volte scrivo didascalie descrittive che poi elimino nella stesura finale, perché se c’è un testo capita che il lettore si senta di dover voltare pagina quando ha finito di leggerlo. Se invece non trova testo, capisce che deve fermarsi a leggere il disegno. Una grande illustrazione è come il silenzio, e il silenzio ha un grande potere.

Copyright Giulia Bondi – Il Mucchio

Si ringraziano Linda Chiaramonte, Lucia Magi, Andrea Schiavon.

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