Il mestiere della penna: interviste sul giornalismo. #2, Amira Hass

Amira Hass dai Territori

di Giulia Bondi

(pubblicato su Galatea, novembre 2010)

Amira Hass è l’unica giornalista ebrea israeliana che vive nei Territori Palestinesi. Dalla “prigione a cinque stelle” di Ramallah denuncia le contraddizioni del potere raccontando storie di tutti i giorni, per il quotidiano israeliano Haaretz e la rivista italiana Internazionale. Non vuole parlare del conflitto israelo-palestinese, ma “dell’occupazione israeliana, perché è di questo che si tratta”.

La società israeliana trae vantaggio dall’occupazione?

Per gli israeliani ormai è diventata normale. I territori sono un laboratorio per l’industria bellica, per sperimentare tecnologie che vendiamo in tutto il mondo. Poi c’è l’acqua: se ci fosse pace dovremmo dividerla equamente e smettere di vivere come fossimo in Svizzera. Tutti gli ebrei israeliani guadagnano dall’occupazione, ma nel lungo periodo è un suicidio. Non possiamo vivere in questa regione se gli arabi ci vedono come eredi dei crociati.

Si può sperare nei colloqui di pace?

Israele si dice parte di un processo di pace, ma i fatti mostrano il contrario. Da 20 anni le politiche israeliane, dagli insediamenti alle restrizioni alla libertà di movimento dei palestinesi, stanno rendendo di fatto impossibile la creazione di due Stati. La proposta che fanno gli Stati Uniti coincide, praticamente, con l’idea che ha Netanyahu di uno stato palestinese: un territorio piccolo e frammentato. Non si parla dei confini del 1967, dell’unità tra Gaza e Cisgiordania, di Gerusalemme Est capitale.

Come può l’Autorità Palestinese garantire il rispetto di un accordo, quando Hamas controlla metà della società?

Hamas non ha mai creduto alle offerte di pace e finora ha avuto ragione. Come tutti i movimenti religiosi, misura il tempo in secoli. Eppure, ha bisogno del sostegno della popolazione. L’Autorità palestinese e l’Olp dovrebbero cercare di offrire alle persone un’alternativa credibile e più umana. E comunque, sia Hamas sia Fatah dipendono dall’estero: la prima dall’Iran e dagli Stati arabi, la seconda dagli aiuti occidentali.

 

L’ossessione di Israele per la sicurezza è realtà o paranoia?

Sono timori che poggiano su una base reale, ma la macchina della sicurezza poi ha un continuo bisogno di alimentarli. Se non ci fossero stati in gioco enormi profitti e interessi, Israele avrebbe accettato l’offerta di pace degli stati arabi otto anni fa. Certo, ci sono giovani palestinesi desiderosi di suicidarsi, ma andrebbero visti come un problema sociale, non ha senso dire: “Lo fanno perché sono musulmani”. Io critico le élite palestinesi per i privilegi che si concedono, ma non attribuisco la loro incapacità al fatto che siano arabi. Credo che se Israele non si fosse comportato per 60 anni come una potenza straniera in Medio Oriente correrebbe meno pericoli.

Pensa che l’atteggiamento di Israele si possa definire colonialista?

Le radici del Sionismo sono colonialiste, è un movimento europeo del Diciannovesimo secolo, ma è anche figlio della persecuzione degli ebrei. La creazione dello Stato di Israele è inseparabile dall’Olocausto. C’era una necessità storica di creare non uno Stato ebraico, ma uno Stato per gli ebrei. Il colonialismo israeliano non è come quello francese in Algeria o quello inglese in Kenya. Gli ebrei non hanno un posto dove tornare. Io dove dovrei tornare, a Bergen Belsen?

Nei movimenti filo-palestinesi vede mai il rischio di una deriva antisemita? 

Sì, in alcuni arabi che parlano continuamente di “ebrei”. Ci sono anche occidentali che sono filo-palestinesi per ragioni sbagliate, c’è chi arriva a paragonare Israele al Nazismo. Anche a me capita di scrivere “ebrei” anziché “israeliani”, ma lo faccio per insistere sul quotidiano apartheid praticato da Israele: qualunque ebreo del mondo che voglia trasferirsi in Israele ha, per legge, più diritti di un palestinese nato in quella terra.

Le parole contano: fa molta differenza se si chiama un insediamento “quartiere” o un muro “recinzione”.

In generale è vero. Comunque il muro di separazione è in gran parte una recinzione metallica. Io la trovo ancora più orribile del muro: è piena di filo spinato e spreca ancora più terra. La realtà è che da quando gli accordi di Oslo hanno dato l’impressione che ci sia uno stato Palestinese, la gente non si sofferma sui “dettagli”, tipo quanta terra è rimasta per i palestinesi. C’è ormai oltre mezzo milione di persone che vive nelle colonie, e anche questo sembra normalissimo.

La sicurezza costa a Israele molto denaro pubblico, non c’è chi si lamenta?

La maggioranza della popolazione vede l’industria bellica come un’esigenza patriottica, la pietra angolare su cui poggia il futuro di Israele. La politica contro i palestinesi non è mai messa in discussione e l’esercito è una parte fondamentale della società e dell’identità israeliana. Io rappresento una minoranza che la pensa diversamente.

Ha fatto il servizio militare?

No, sono stata due anni in un kibbutz, lavoravo con i bambini, senza uniforme. Ero impegnata nei movimenti di sinistra e l’esercito non mi ha voluto. Oggi i fondamentalisti religiosi continuano ad arruolarsi, ma gli altri trovano molti modi per sottrarsi, perfino il figlio di Olmert. Nell’esercito preferiscono chiudere un occhio e lasciare che le persone evitino il militare, senza che la cosa attiri attenzione o diventi politica.

Esiste qualche forma di disobbedienza civile anche piccola, sotterranea, contro l’occupazione?

La maggioranza degli ebrei israeliani è a favore della politica del Governo verso i palestinesi. Anche chi si sottrae al servizio militare lo fa per convenienza personale, poi alle elezioni sostiene partiti di destra. Però non è una società fascista: c’è discriminazione istituzionalizzata, ma esistono esempi di rapporti cordiali tra palestinesi e israeliani. Un palestinese mi ha raccontato, in ebraico, che durante l’assalto a Gaza il suo ex datore di lavoro, ebreo, gli ha mandato del denaro. L’umanità c’è, ma non si riflette nelle scelte politiche.

In molte società occidentali è normale distinguere tra cittadini di serie A o di serie B, come mostrano le espulsioni dei rom o  i respingimenti dei migranti. Quando pensa sia cominciata questa tendenza?

Credo che l’ideologia dell’uguaglianza si sia persa dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Anche se le società comuniste si sono rivelate totalitarie e corrotte, l’idea esisteva sul piano esemplare. Oggi non c’è più bisogno di fingere.

Così lo scambio di popolazioni può tornare a essere una strategia politica…

Alcune cose non sono più tabù. Perfino molte società africane postcoloniali, alla fine, sono guidate da élite che opprimono i propri stessi popoli.

È difficile vedere una speranza.

Quello che vorrei vedere è creatività. L’Autorità palestinese potrebbe cominciare a rifiutare gli aiuti dall’estero, che legittimano lo status quo. Il movimento internazionale potrebbe tentare nuovi boicottaggi. In Israele, io sono molto fiera dei miei amici attivisti che protestano contro l’occupazione in modo molto versatile. Sono una minoranza, certo, ma mostrano ai palestinesi che non tutti gli israeliani sono soldati o coloni. In genere si tratta di donne.

Come mai ci sono più donne tra gli attivisti?

Credo siano più coraggiose. Ci sono uomini molto attivi, ma il volontariato è soprattutto femminile. Le donne di Machsom Watch vanno ai checkpoint tre, quattro volte la settimana, da dieci anni, e riferiscono tra le mura di casa le violenze di cui sono testimoni. Ci sono belle signore di mezza età che vanno ad assistere ai processi nei tribunali militari. E la scorsa estate 20 donne hanno violato la legge per portare un gruppo di bimbi e madri palestinesi a divertirsi sulla spiaggia. Tutti noi abbiamo privilegi, come membri del popolo dominante: loro li usano per lottare contro la discriminazione.

E tra le donne palestinesi c’è chi lavora per la pace?

“Pace” è una parola che uso a fatica, ha perso di significato. Comunque non vedo una grande mobilitazione tra le palestinesi. Chi ha privilegi li tiene per sé, le altre sono sopraffatte dalle incombenze quotidiane. La posizione della donna nella società palestinese sta peggiorando, a Gaza, ma anche in Cisgiordania, nei villaggi e nei campi profughi. Le ragazze vanno all’università, ma poi non trovano lavoro e finiscono a fare gli angeli del focolare. Le palestinesi sono donne forti, ma non riescono a contare quanto potrebbero.

E lei, come donna, come si trova a Ramallah?

Dopo quasi 15 anni la mia presenza è diventata normale. Ramallah è un’élite, borghese e cristiana, e io comunque sono più libera rispetto alle palestinesi. In un villaggio non potrei mai vivere. Senza figli e single, sarei troppo strana.

La sua storia familiare come ha influenzato il suo lavoro? Lei è figlia di sopravvissuti al lager.

Conosco persone che hanno la stessa storia e idee opposte. Ricordo, ad esempio, un intervento di mio padre, alla conferenza di un ufficiale israeliano, molto razzista, che aveva appena parlato di “trasferimento di popolazioni”. Mio padre si alzò e disse: “Il fascismo lo abbiamo già vissuto una volta”.

Le capita spesso di essere criticata per le sue opinioni?

Sono stata definita “kapò” o anche “Adolf Hitler”, perché ho le stesse iniziali, ma non ci faccio più caso e non vado mai a leggere i commenti sul sito di Haaretz. Preferisco ricordare i complimenti. Mi dispiace quando il mio lavoro non piace ai palestinesi, ma non è per loro che lo faccio, comunque.

E quali sono le soddisfazioni che ricorda?

Non sono mai soddisfatta. Invidio i colleghi che riescono a fare vere inchieste, perché hanno migliori contatti dentro le istituzioni. Ho sentito giornalisti stranieri dire: “Sapevo che il processo di Oslo sarebbe fallito, perché lo aveva scritto Amira”. La mia analisi era giusta, ma avrei preferito sbagliarmi. Comunque, cerco sempre di migliorare la mia scrittura, di evitare di ripetermi, se non deliberatamente. Una volta parlai in memoria di Edward Said e al termine la moglie mi disse: “È la prima volta che sento un discorso su arabi e israeliani senza nemmeno un cliché”. Lo presi come un enorme complimento.

Il giornalismo deve essere obiettivo?

Per me il giornalista deve tenere d’occhio il potere. Quando ho iniziato, la Civil Administration, che allora era l’autorità militare israeliana sui territori occupati, si lamentò dei miei articoli e il direttore mi disse: “Significa che stai lavorando bene”. Io comunque non sono obiettiva. Sono contro l’occupazione, e lo dichiaro. Appena decidi cosa raccontare fai già una scelta, crei una gerarchia che riflette le tue idee. Sono i direttori che dovrebbero preoccuparsi dell’obiettività, dando spazio a opinioni diverse. Io raccolgo fatti e dettagli e cerco sempre di fare domande difficili, anche a chi mi è simpatico.

 

Ha mai avuto paura?

Paradossalmente ho più paura dei lacrimogeni, lanciati da pochi metri, che delle bombe. Oggi però non farei più quello che ho fatto all’inizio dell’Intifada. Camminavo tra i carri armati, giravo da sola durante il coprifuoco… Se ci ripenso mi sembra di vedere un’altra persona, secoli fa, invece sono passati solo otto anni!

Non teme di mettere in pericolo qualcuno con ciò che scrive?

Sì, è una paura costante. Sto sempre molto attenta a non danneggiare nessuno.

Ha mai commesso errori dovuti alla rabbia?

Non per rabbia, ma per stanchezza. È capitato che l’istinto mi dicesse che qualcosa non andava, ma che non riuscissi a verificare subito. In questi casi, poi mi correggo.

Le capita mai di sentirsi così stanca che le sembra che nulla funzionerà?

C’è stato un periodo in cui pubblicavo pochissimo, le mie storie non interessavano. Stavo per perdere il lavoro e mi sentivo molto depressa.

Dove trova l’energia per continuare?

Scrivere mi dà energia. In passato vedevo qualche risultato dopo i miei articoli di denuncia, oggi è più raro ma non per questo bisogna fermarsi. Ricordo le parole di un attivista di Solidarność: “Non avremmo mai pensato di vivere abbastanza da vedere crollare il regime – mi disse – ma se lotti contro l’ingiustizia non lo fai per il risultato. Lotti perché bisogna lottare”.

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