Il mestiere della penna: interviste sul giornalismo. # 3, Alberto Spampinato

(pubblicato sul Mucchio n.668 – marzo 2010)

Per Reporter Sans Frontieres l’Italia è crollata al 49esimo posto nella classifica mondiale sulla libertà di informazione. Per  Freedom House è l’unico paese dell’Europa occidentale retrocesso in serie B, tra le nazioni in cui la stampa è “parzialmente libera”. A imbavagliare l’informazione, secondo le due organizzazioni, sono naturalmente il conflitto di interessi del Premier e l’eccessiva concentrazione della proprietà dei media, ma destano preoccupazione anche la proposta di legge sulle intercettazioni e il crescente numero di minacce e intimidazioni, un fenomeno poco noto ma che riguarderebbe nel nostro paese circa 200 giornalisti e fotoreporter solo nel triennio 2006-2008. A fare luce sulle storie dei cronisti minacciati e delle notizie oscurate con la violenza ci prova “Ossigeno per l’informazione”, un osservatorio made in Italy, nato “dall’intuizione, dalla testardaggine e dalla storia personale”, come racconta uno dei fondatori, Alberto Spampinato.

Da dove nasce il tuo impegno per la libertà di informazione?

Mio fratello Giovanni è stato ucciso nel 1972 mentre lavorava a una clamorosa inchiesta sulle diramazioni siciliane della strategia della tensione. Aveva 25 anni, era uno studente di filosofia, impegnato politicamente, e si era formato come giornalista facendo il corrispondente da Ragusa per “L’Ora di Palermo”, battagliero quotidiano diretto da Vittorio Nisticò. Giovanni era un ragazzo curioso che cercava di capire cosa accadeva davvero a Ragusa, oltre l’apparenza di città quieta e “babba” (in siciliano “stupida”, ndr). All’inizio del ’72 la città è sconvolta da un delitto efferato e tra i sospettati c’è il figlio di un influente magistrato. Tutti lo sanno, ma solo Giovanni lo scrive, e otto mesi dopo viene assassinato. Io ho cominciato a fare il giornalista dopo la morte di mio fratello, ma solo negli ultimi anni ho approfondito la sua storia con un lavoro d’inchiesta. Mi sono reso conto che quello che è successo allora si ripete ancora. Molti fatti importanti vengono raccontati solo da qualcuno, che se non ritratta subisce guai: emarginazione, discredito, fino ad arrivare a minacce e omicidi. Non accade soltanto in Russia. In Italia, negli ultimi 40 anni, sono stati uccisi 11 giornalisti di cui 9 per mafia e 2 per terrorismo.

Quanti sono i giornalisti minacciati nel nostro paese?

Non c’è un censimento preciso, solo stime fatte raccogliendo i documenti di solidarietà della Fnsi (il sindacato unitario dei giornalisti all’interno del quale, in collaborazione con l’ordine, è nato l’osservatorio Ossigeno, ndr) e ritagli di giornali nel periodo 2006-2008. Abbiamo trovato 43 notizie di attentati, percosse, intimidazioni che in alcuni casi riguardano intere redazioni. Così si arriva a questa cifra preoccupante: circa 200 persone che hanno subito minacce di violenza per avere fatto semplicemente il proprio lavoro.

 

Nel report di Ossigeno compaiono nomi  più o meno noti – Roberto Saviano, il giornalista dell’Espresso Lirio Abbate, la cronista del Mattino Rosaria Capacchione – ma anche giovani alle prime armi, come la venticinquenne Angela Corica, di Calabria Ora, che si è vista esplodere cinque colpi di pistola contro l’auto dopo  alcuni articoli sulla raccolta differenziata nel comune di Cinquefrondi (RC). Cosa hanno in comune i giornalisti minacciati?

Quello che li distingue è l’emarginazione. Non sono solo i più intraprendenti a sfidare il pericolo, anzi spesso si tratta di persone miti e umili, che a forza di dover lasciare nel cassetto le notizie pesanti arrivano a una sorta di ribellione interiore. Poi, però, chi ha trovato e pubblicato una notizia pericolosa viene quasi sempre accusato di essere stato avventato, imprudente, e si trova a doversi giustificare con i colleghi. Noi vorremmo creare almeno una sensibilità verso il problema, che ora è sommerso, praticamente negato. I cronisti minacciati vivono la situazione delle vittime di mafia prima dell’articolo 416 bis (che nel 1982 introduce nel codice penale il reato di “associazione per delinquere di stampo mafioso, ndr): ad ogni processo si doveva prima dimostrare l’esistenza della mafia. La nascita dell’osservatorio punta a rompere un tabù.

Che cosa possono fare i giornalisti per evitare queste situazioni?

Discuterne di più per evitare i rischi dell’isolamento. Regole ce ne sono, ma serve un cambiamento di mentalità: fino a quando le minacce sono considerate fisiologiche, chi vuole dare una notizia spinosa passa lui per essere imprudente. Sembra che l’unica contromisura al rischio di minacce sia la resa, in pratica l’autocensura. Ma se la Confindustria siciliana espelle gli industriali che pagano il pizzo e anche la nuova legge sugli appalti pubblici impone di denunciare gli estorsori, anche per i giornalisti minacciati deve valere la stessa regola. Solo in una situazione di grave rischio si può pagare temporaneamente il prezzo dell’autocensura. Poi, però, bisogna agire e  denunciare. Le minacce danneggiano tutta la collettività perché portano a oscurare notizie importanti e se l’informazione non è libera una società non può dirsi democratica.

Non esiste secondo te una forma di censura anche economica, dovuta alle difficoltà dell’editoria? Soprattutto nelle redazioni locali, gran parte delle notizie viene affidata a giovani sottopagati che magari non hanno i mezzi, nemmeno il tempo di fare un lavoro di approfondimento.

La cronaca locale è il fronte principale del giornalismo, perché le notizie si trovano sul territorio. Invece le redazioni si sono impoverite molto, hanno organici e disponibilità insufficiente per osservare davvero quello che accade, per darsi il tempo di lavorare sulle notizie senza fermarsi soltanto all’apparenza. Troppo spesso sui giornali, sia locali sia nazionali, quello che viene chiamato “retroscena” o “approfondimento” in realtà non è che una rielaborazione di veline preconfezionate. E poi i giornali dipendono dalla pubblicità, che molto spesso viene da personaggi potenti del luogo, e anche questo certo non agevola la pubblicazione di eventuali notizie fastidiose.

In che modo si potrebbe cambiare il modo di lavorare per proteggere i giornalisti coraggiosi e migliorare la qualità delle notizie?

Sulle informazioni scomode, ad esempio sui fatti di mafia, nessuno dovrebbe lavorare solo. Bisognerebbe recuperare il metodo che si usava negli anni di piombo, il lavoro di squadra. Le notizie che possono esporre un cronista a pericoli e minacce devono essere prese in carico dall’intero giornale, firmate a più mani, accompagnate da commenti del direttore o di editorialisti in vista.

 

A volte però è proprio difficile  trovare spazio per certe notizie.

Negli ultimi decenni i giornali sono cambiati molto, più dei giornalisti. I cronisti bravi ci sono ancora, ma hanno meno libertà di azione. Sono scomparsi i cosiddetti editori puri e a controllare i giornali sono imprenditori che hanno interessi in tutti i settori economici, dalle automobili, ai farmaci, all’edilizia. Se i giornali facessero inchieste vere probabilmente potrebbero scontrarsi con gli interessi dell’editore. In più, molti organi di informazione oggi sono quotati in borsa e devono guardare anche al profitto.

Sui giornali e ancora di più nell’informazione televisiva si è ormai affermato il cosiddetto infotainment, quel mix di informazione e intrattenimento che riempie i telegiornali di notizie su cani, gatti, starlette e gastronomia…

Sono le cosiddette soft news, le notizie leggere. Non sono un male in sé, il problema sta nel dosaggi. È come a tavola, non si può imbandire una cena fatta soltanto di datteri, fichi secchi e noci, serve anche un piatto forte, un nucleo di notizie importanti, dall’Italia e dall’estero, che non dovrebbero essere sostituite da servizi inutili. La televisione è il mezzo attraverso il quale si informa il 70% degli italiani e non deve omettere  informazioni importanti, magari proprio quelle che non convengono a chi ha potere.

Accanto alla storia per molto tempo dimenticata di Giovanni Spampinato, di recente il cinema ha ricordato Giancarlo Siani nel film “Fortapasc” e Benedetta Tobagi ha dedicato al padre Walter il libro “Come mi batte forte il tuo cuore”. Iniziative interessantissime, ma non c’è il rischio di creare delle figure eroiche senza un corrispondente impegno per fare giustizia?

L’Italia è un paese ricco di celebrazioni, ma fare giustizia è molto difficile. Le verità negate sono tantissime, il segreto di stato ha una durata spropositata. Nei paesi anglosassoni esiste l’obbligo di aprire e rendere pubblici gli archivi a distanza di 30, massimo 50 anni da un avvenimento. Da noi, episodi tragici della storia d’Italia sono stati coperti ad arte dai depistaggi dei servizi segreti deviati. Oggi, dall’apertura degli archivi militari americani e inglesi sta emergendo il ritratto di una Sicilia del dopoguerra che era tutta un viavai di spie, progetti di colpi di stato, la cosiddetta lupara nera: tutte cose che dagli archivi italiani non possiamo sapere perché non sono accessibili.

Anche la proposta di legge sulle intercettazioni telefoniche mette a rischio la possibilità di informare i cittadini su fatti che comunque potrebbero avere un interesse pubblico.

Il problema della trasparenza nella cronaca giudiziaria è ancora più ampio. Oggi, i cronisti hanno accesso alle informazioni sui processi soltanto se le ottengono da una delle parti in causa: dai magistrati o dagli avvocati. Entrambi, naturalmente, possono avere interesse a fare uscire solo parte delle informazioni. É anche capitato che dei giornalisti abbiano subito perquisizioni esageratamente invasive, fatte per intimidirli perché avevano pubblicato delle  notizie senza avere il consenso dei magistrati. La proposta che vorremmo fare è di rendere accessibili ai cronisti tutti i documenti dei processi non coperti da segreto, come già accade in altri paesi.

Che altre azioni ci sono nell’agenda di Ossigeno per onorare concretamente la memoria dei giornalisti uccisi, e proteggere quelli minacciati?

La storia di Giovanni Spampinato e dei cronisti minacciati ci insegna che evidentemente non tutti vedono le stesse cose, non tutti praticano quella curiosità che dovrebbe essere un dovere professionale. Forse non tutti ricordano che una notizia è un racconto di fatti di interesse pubblico, che devono emergere in base a controlli, verifiche, ricostruzioni, e che esiste una funzione pubblica dell’informazione. Per ribadire questo continueremo a lavorare con i giornalisti, con i cronisti, nelle scuole: in febbraio per esempio saremo a Reggio Emilia per una conferenza pubblica organizzata da Libera informazione. Molte cose le potrebbe fare anche lo Stato, magari attraverso i contributi pubblici all’editoria. Perché prodotti edulcorati o adulterati devono ricevere contributi? Certo, tutelare i posti di lavoro è importante, ma in cambio giornalisti devono produrre qualcosa di accettabile, di commestibile. Il giornale è un prodotto essenziale in una società democratica, tanto quanto il latte e il pane. Nessuno di noi accetterebbe mai di comprare cibo avariato, e  dalla stampa dobbiamo pretendere la stessa qualità.

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