Dalle piazze di Spagna: le ragioni degli indignati. Prima puntata

Da oggi è on line su Galatea il reportage “Finalmente in piazza”, da Barcellona e Madrid.

Qui lo potete leggere a puntate, ecco la prima.

Plaza Catalunya ai primi di giugno 2011 è piena di giovani, di banchetti e di tende da campeggio colorate, ma soprattutto di parole. Sui palazzi che circondano questa piazza centrale della seconda città della Spagna campeggiano i giganteschi manifesti pubblicitari delle multinazionali. Ma nella zona pedonale al centro della piazza, sulle statue delle fontane, sugli striscioni appesi tra gli alberi o sulle porte dei bagni chimici, ci sono altre parole. “Gioventù senza futuro e senza paura”, “I nostri fiori contro la vostra violenza”, “Stop al terrorismo economico”, “Non ci sono poliziotti buoni”, e altre ancora, varie e fantasiose. Non bandiere né simboli di partiti, non magliette con la testa del Che, solo qualche sporadica A cerchiata di anarchia. L’unico logo “ufficiale” dell’acampada Catalunya è ispirato alla stella a sei punte che decora il centro della piazza. A Barcellona, l’acampada è il cuore stanziale della Spanish revolution, il movimento di giovani che il 15 maggio sono scesi in piazza, qui e in molte città della Spagna, per rendere visibile la propria indignazione contro un sistema sociale e politico che li sta privando del futuro.

«Guardatevi attorno. Troverete subito di che indignarvi» (Indignez-vous!, Stéphane Hessel)

I dati parlano di una disoccupazione giovanile al 44%, ma le decine di ragazzi sorridenti che si danno da fare a montare tende e organizzare dibattiti non stanno protestando soltanto per un posto. Chiedono un sistema sociale nel quale si possa essere “persone, e non mercanzia”. Vogliono contare qualcosa nelle scelte politiche, non soltanto col voto ogni quattro anni, ma con assemblee, referendum e leggi di iniziativa popolare. Un mondo più giusto, più solidale, dove ci sia più tempo per pensare e dove ai diritti si accompagnino responsabilità verso la società e il bene comune. Sostituire l’intelligenza collettiva all’individualismo, le relazioni orizzontali tra i popoli al capitalismo. “Non siamo contro il sistema – recita un altro cartello – è il sistema che è contro di noi”. Lo spiegano a chiunque si fermi che a parlare si ferma gente di ogni tipo ed età. Signore cinquantenni dalle chiome cotonate discutono con giovani rasta, pensionati in completo beige lasciano una firma di solidarietà ai manifestanti picchiati dalla polizia.

Il sito web che coordina i movimenti locali di tutta la Spagna si chiama “Toma la plaza” e la piazza presa, occupata da tende, spettacoli, assemblee e gruppi di lavoro, è tornata uno spazio di pensiero e confronto. Chi passa per plaza Catalunya a Barcellona o per la Puerta del Sol a Madrid, trova un luogo in cui può fermarsi a parlare della riforma elettorale, del diritto al lavoro o delle bombe sulla Libia, anziché del campionato di calcio o di cose da produrre, comprare e consumare. La piazza è il fuoco La parte centrale di plaza Catalunya ospita ogni sera assemblee plenarie con migliaia di persone. Tutto intorno ci sono banchetti e baracche improvvisate, dove chiedere informazioni, prendere volantini, partecipare a un gruppo di lavoro sull’ambiente, il femminismo o i migranti.

Foto di Samuel Rodriguez

Sotto la tenda con la scritta “diffusione” c’è Gerard, 28 anni, occhi castani, t-shirt sdrucita, un braccio al collo. Dalle cariche della polizia di venerdì 27 maggio è uscito con un osso incrinato e senza portafoglio. L’operazione dei Mossos d’Esquadra, le forze di polizia della regione autonoma di Catalogna, era stata presentata come una “pulizia” della piazza, necessaria per i festeggiamenti dei tifosi del Barça dopo la finale di Champions League dell’indomani. «Se ci avessero avvisato avremmo collaborato volentieri – commenta Gerard – sono arrivati alle 6 del mattino di venerdì, hanno detto “portiamo via i pali, le sbarre di ferro” e hanno distrutto l’accampamento, sequestrato oggetti personali – a lui il portafoglio con i documenti e il cellulare – bastonato quelli che manifestavano pacificamente, con le mani alzate». Poche ore dopo l’accampamento era di nuovo in piedi e le immagini dei pestaggi circolate per mezzo mondo attraverso internet dissuadevano la polizia di Madrid dal ripetersi. «È il momento che stavo aspettando da una vita. La piazza – continua Gérard – deve essere un fuoco che si estende ai quartieri, alle città, ai paesi, per coordinare questa intelligenza collettiva e fare pressione per ristrutturare il sistema. Dicono che le nostre richieste sono utopiche. Quello che è utopico è pensare che il mercato libero stia funzionando». Bisognerebbe eliminare, per esempio, le società di fondi a capitale variabile, che consentono alle grandi fortune di non pagare imposte. Abolire la legge sulle ipoteche, che in Spagna consente alle banche di scaricare tutti i rischi delle oscillazioni di mercato sui debitori. Molte persone si ritrovano con la casa pignorata ma devono comunque finire di pagarne il valore formale originario, anche se nel frattempo i prezzi sono crollati. «È una cosa ingiusta, insensata e perversa, ma, se ci sarà il consenso popolare, potremmo provare a cambiarla». L’acampada, iniziata dopo la manifestazione del 15 maggio, è destinata a essere smontata. L’azione politica deve passare nei quartieri, assieme ai manifestanti sono sempre più numerosi e presenti i poveri, gli alcolizzati e i tossici di mezza Barcellona. Le cucine autogestite hanno sbaragliato per qualità le mense sociali dei dintorni. «Questi sono dei figli di papà che d’inverno morirebbero a dormire per strada», motteggia un marocchino che ha pochissimi denti e 36 anni, molti dei quali vissuti en la calle. Patricio si chiama e va in giro a chiedere baci e sigarette. «Attento, oramai è la bottiglia che si beve te» ribatte un ragazzo impegnato a piantare chiodi nel palo di un tendone. Su una delle punte della stella al centro della piazza sta sdraiata Cristina, una morettina di vent’anni, gli slip rosa che escono dai jeans a vita bassa. Da tre mesi Cristinalavora in un fast food poco distante, e dal primo giorno di accampamento viene qui appena finisce di friggere patatine. Indignada, Cristina lo è: per i privilegi dei politici, per un sistema sociale ingiusto, per la violenza della polizia, per la mancanza di opportunità che colpisce «anche gli anziani, che con la pensione minima non ce la fanno a pagare l’affitto. Credo che non abbia senso costruire dei muri tra le persone – continua – a me piace che le culture si mischino, e se arrivano persone da altri paesi la soluzione è creare più lavoro per tutti». Alle manifestazioni c’è sempre andata, «se no non ottieni niente, ti condanni a seguire quello che dice la maggioranza, a essere governato da politici che se ne vanno in giro nelle loro supermacchine, senza sapere niente di quello che in realtà succede».

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6 pensieri su “Dalle piazze di Spagna: le ragioni degli indignati. Prima puntata

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