Dalle piazze di Spagna: le ragioni degli indignati. Seconda puntata

E’ on line su Galatea il reportage “Finalmente in piazza”, da Barcellona e Madrid.

Questa è la seconda puntata, qui potete recuperare la prima.

Il dibattito
Yasser, 32 anni, non è qui per la protesta. In Pakistan ha studiato economia e faceva il rappresentante di farmaci. Era arrivato con un po’ di soldi, poi lo hanno truffato e ora sbarca il lunario con panini, acqua e tortillas. Altri vendono con successo lattine di birra a un euro. “El botellon jode la revolucion”, recita un cartello: troppa festa rischia di screditare il movimento e alcuni volantini, tradotti anche in inglese, pregano i venditori di restare ai bordi della piazza. Un ragazzo si avvicina a Yasser per comprare qualcosa, poi ci ripensa «fumo una canna, e torno quando ho più fame».

«È vero, siamo qui per un mondo più giusto, mentre lo spaccio alimenta mafie e illegalità – ammette Carolina, della commissione “sostanze” – ma la risposta sarebbe la legalizzazione, e non la repressione». Molti coltivano qualche pianta in casa, un fenomeno che a Barcellona è di fatto tollerato. Plaza Catalunya profuma di incenso e marijuana, e ferve di attività. Alcuni lavorano sugli striscioni con bombolette spray, altri ascoltano con attenzione una conferenza sulla complessità, con il relatore che spazia dalla liberazione della donna alla guerra in Afghanistan, mentre una ragazza lo assiste reggendo cartelli e schemi colorati. Alla commissione salute distribuiscono crema solare, rimedi naturali e volantini che spiegano come risolvere i disturbi più comuni. Un ragazzo intrattiene i bambini con bolle di sapone giganti, mentre le giovani mamme chiacchierano sotto gli alberi. Tra loro Carlota, anni 31. Vive non lontano, a San Juan, viene spesso in piazza e stasera ha portato anche i bambini. «Ya basta! – dice – basta prenderci in giro, basta con questo sistema elettorale che non ci permette di esercitare realmente i nostri diritti». Il cambiamento deve cominciare dai bambini, i figli di Carlota vanno a un asilo di “educazione libera”, e per seguire questo progetto lei ha lasciato il lavoro. «Vivere con un solo stipendio è complicato, ma ci tenevo a dare ai bambini la possibilità di ricevere un’educazione che rispetti la loro autonomia, i loro tempi e il loro progetto interiore. È a causa dell’educazione che riceviamo – spiega – che poi diventiamo una società schizofrenica». Le sue ultime parole sono coperte dalla casserolada: mezza piazza interrompe le sue attività per agitare chiavi, lattine, cucchiai, coperchi e ogni oggetto di rumore. Cristian, 38 anni, originario di Brescia, preferisce non suonare. Viene ogni sera e partecipa a tutte le assemblee con entusiasmo, ma gli aspetti più ludici sono quelli che lo interessano meno. Avrebbe preferito che la piazza riuscisse ad approvare un documento di minima, otto punti di programma, ma, dopo una prima discussione in assemblea, si è arenato nel dibattito delle commissioni. «Sarebbe stato importante avere un punto fermo per confrontarsi con l’esterno, una piattaforma da portare nelle assemblee di quartiere per misurarsi su cose concrete», conferma Federico, 27 anni, che viene da Cuneo. Si occupa di economia ambientale e nel dibattito delle commissioni cerca di portare il tema della decrescita. «In assemblea c’è stato consenso sul fatto che la crescita illimitata non ha senso. Ma proposte come la riduzione, seppur democratica e volontaria, della produzione e dei consumi, non sono passate. La piazza – sostiene – ha ancora un’impostazione economica produttivista e marxista». È stato colpito il 27 maggio dalla polizia, ci ride sopra: «mi è sembrato di avere una campana in testa, ma è durato poco». Poco distante da lui è appeso un volantino che prega i manifestanti “di non colpire col cranio o altre parti del corpo i manganelli dei signori agenti di pubblica sicurezza, perché con i tagli alla spesa pubblica non possiamo comprarne di nuovi”. Nel documento mai definitivamente approvato, l’assemblea di Barcellona aveva trovato un consenso sull’idea di agroecologia. «L’idea è quella della sovranità alimentare – spiega Federico – nasce dai movimenti di agricoltori del sud del mondo come Via Campesina, si propone di puntare su produzioni locali, ecologiche e di piccola scala». Inaspettatamente è stato bocciato il punto che chiedeva la chiusura delle centrali nucleari. «Un’altra proposta interessantissima – prosegue Federico – è quella di indire referendum sulle direttive dell’Unione Europea. Dimostra la voglia di creare politica anziché subirla. I media mainstream – aggiunge – fanno passare l’idea che siamo precari e disoccupati che chiedono casa e lavoro. Non ci sono solo le questioni materiali, in piazza ci sono grandi professionalità altrove inespresse: i grafici che hanno disegnato i flyer, gli studenti di dottorato che hanno condotto momenti di formazione, cuochi che hanno allestito una cucina di alto livello». In piazza ci si regala a vicenda quello che il mercato non riesce a valorizzare e il sociologo Manuel Castells ha coniato su La Vanguardia il termine “Wikiacampadas”.

Continua su partiallyfree e galatea.

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5 pensieri su “Dalle piazze di Spagna: le ragioni degli indignati. Seconda puntata

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