Dalle piazze di Spagna: le ragioni degli indignati.Terza puntata

E’ on line su Galatea il reportage “Finalmente in piazza”, da Barcellona e Madrid.

Questa è la terza puntata, qui potete recuperare la prima e qui la seconda.

L’assemblea, i gruppi di lavoro

Tra i giovani manifestanti c’è chi ha alle spalle una militanza nei movimenti sociali, ma molti sono alla prima esperienza politica. Cristian: «Il contributo dei movimenti è stato grandissimo dal punto di vista organizzativo, perché non sai condurre un’assemblea di quattromila persone o gestire una cucina se non l’hai fatto prima, almeno in un piccolo gruppo». Adriana, operatrice sociale e fotografa, originaria di Catania, in Spagna da cinque anni: «La cosa più importante è l’eterogeneità del movimento: giovani, bambini, famiglie, persone che sono venute a vedere e sono rimaste impressionate dall’impegno e dalla mobilitazione. La cucina va avanti grazie alle donazioni dei venditori del mercato di Barcellona, e c’è stato un giorno in cui abbiamo dovuto chiedere di interrompere le donazioni in denaro». Poco dopo le 21, la piazza straborda di gente per l’assemblea plenaria. Non ci sono solo giovani, ma lavoratori, pensionati, tutti seduti pazientemente ad ascoltare comunicazioni e proposte. Le decisioni si prendono con un sistema di simboli. Agitare le mani alzate significa essere d’accordo, incrociarle sopra la testa è un veto. Se un intervento si dilunga troppo, si ruotano le mani per invitare il relatore a concludere. Il primo problema è quello della lingua. La moderatrice chiede, in catalano, che chi ha difficoltà a capire alzi la mano, e subito dalla piazza le rispondono, in castigliano: “Non abbiamo capito la domanda”.

L’impasse dura poco, i gruppi di lavoro riferiscono sulle proprie attività, sugli appuntamenti del giorno dopo e sulla battaglia legale per i “compagni” detenuti dopo lo sgombero con cariche della polizia. La plenaria finisce ben oltre la mezzanotte. C’è chi resta a chiacchierare, chi corre perché non chiuda la metro, chi fa una tappa nei bagni chimici, dove qualcuno ha scritto sopra “Capsula del tiempo”. Il tempo scorre diversamente in questa isola nel cuore commerciale e turistico di Barcellona. La piazza si sveglia lentamente. Solo una piccola parte degli attivisti dorme davvero nelle tende, gli altri vengono in ogni momento libero dal lavoro, chi è disoccupato resta magari tutto il giorno. La pedana, che di sera serve da palco per le assemblee, alle 11 del mattino è un laboratorio di parrucchiere per fare i boccoli rasta. Poco distante, nella tenda “spiritualità”, un avviso raccomanda di non fumare e non entrare con le scarpe, e un giovane con barba e turbante conduce una piccola seduta di yoga e rilassamento, su un tappeto di parei colorati. Nell’aiuola della fontana è spuntato un orticello urbano, dalle casse la musica ska si alterna a Romeo and Juliet dei Dire Straits. “La violenza che dai è l’amore di cui hai bisogno”, “L’amore ha tutte le risposte”, recitano i cartelli. Due ragazzi si baciano e si guardano e il mondo intorno non esiste. La cucina serve la colazione a chiunque, cafè con leche o succo di frutta. Mentre si lavano pentole e scodelle, c’è chi ha già iniziato ad affettare le zucchine per il pranzo. Il pranzo è riservato a chi sta lavorando nelle commissioni. Ricardo è seduto su una sedia da regista, in grembo ha una latta piena di biscotti e si prende cinque minuti di pausa per rollare una sigaretta. Ha 31 anni, lavora nel sociale e da qualche tempo è dovuto tornare a vivere dai suoi perché lo stipendio non gli basta. «Perché sono qui? – sorride e ci pensa mentre gli occhi gli si illuminano davvero – Sono qui perché è una meraviglia, un centro di idee, perché è necessario. Questa congiuntura economica e politica è ideale per svegliarsi e chiedere una democrazia reale, trasparente, dove i politici non siano corrotti e ascoltino i cittadini, dove le banche quando falliscono vengono nazionalizzate». In piazza, Ricardo ha trovato altri come lui, stanchi e indignati. Non ha fretta «la rivoluzione – dice – non si fa in due giorni. L’acampada va smontata e dobbiamo continuare a cercare consenso e unione nei quartieri, tra i lavoratori, per creare un cambiamento». Come tanti di questa piazza, Ricardo non ha votato «perchè nessuno mi rappresenta, ma adesso -ammette – sono pentito, le defezioni della sinistra hanno fatto vincere i partiti di destra». Sulla rete, il movimento “Democracia real ya” si definisce apolitico, ma la maggior parte dei giovani dichiarano e mostrano ideali riconducibili alla sinistra. Rispetto al metodo, c’è chi punta verso forme di democrazia diretta e chi invece si dice convinto che i partiti, rinnovati attraverso le riforme, potranno ricominciare a rappresentare i cittadini. Nessuno aspetta con le mani in mano. Tra i gruppi di lavoro anche la “convivenza” che comincia a funzionare molto presto. «Non Sante Sante siamo un servizio d’ordine – spiega Sante, 31 anni – ma durante la notte siamo in giro per cercare di evitare i problemi». Vive con i suoi fratelli, ha lavorato per otto anni come cameriere e barista, in questo periodo non trova lavoro e allora sta qui. Il momento più difficile sono state le cariche della polizia «Ci hanno sequestrato per sei ore, mentre noi manifestavamo pacificamente. Alla fine, anche molti tifosi, arrivati per la festa del Barça la sera dopo, ci hanno lasciato firme di solidarietà». Si sveglia presto anche il gruppo di lavoro “internazionale”. Tiene i collegamenti con i movimenti e i gruppi che stanno nascendo in Europa e nel mondo. Mike è di Manchester, si guadagna da vivere come giocoliere e ha deciso di fermarsi in Spagna per qualche tempo per partecipare al movimento. Lo squat in cui viveva in Inghilterra è stato parzialmente distrutto e al suo posto c’è un centro di ricerca che fa esperimenti e vivisezione sugli animali. Apre la pagina web di “Techno Ant”, formica tecnologica, e mostra le decine di punti sulla mappa virtuale che testimoniano la presenza di un gruppo o di una manifestazione, dal Sudamerica al Nordafrica, con una nuvola più fitta sull’Europa. Sotto la tenda ci sono ragazzi tedeschi, polacchi, italiani e spagnoli. Picchiettano sulle tastiere dei loro pc portatili, traducendo documenti o mandando link via Twitter, per condividerli con gli altri gruppi. Lo spazio per discutere, intanto, è qui e ora, e per documentarsi e approfondire è sorta una piccola biblioteca che presta i libri per un paio di giorni dalla Storia della nonviolenza nel Medio Oriente a Indignez vous di Stephan Hessel, escluso dal prestito per eccesso di richieste. Fuori dalle piazze e dai siti web la vita scorre uguale a prima, in una traversa di Catalunya c’è un anziano lustrascarpe, che si dà Mike Mike da fare sui mocassini in cuoio di un uomo con la ventiquattrore. Al parco Guell, a nord della città, due musicisti di strada dedicano le loro canzoni “a chi resiste senza violenza in plaza Catalunya, e dimostra che un altro mondo è possibile”.

Continua su partiallyfree e galatea.

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3 pensieri su “Dalle piazze di Spagna: le ragioni degli indignati.Terza puntata

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