Dalle piazze di Spagna: le ragioni degli indignati. Quarta puntata

E’ on line su Galatea il reportage “Finalmente in piazza”, da Barcellona e Madrid.

Questa è la quarta puntata, se non l’avete ancora fatto potete recuperare la prima, la seconda e la terza.

 

Puerta del Sol
Sul volo Ryanair, giovani stewart e hostess non troppo diversi dai manifestanti, formati per saper gestire un’emergenza e prestare soccorso in caso di necessità, con sorrisi ingessati propongono ai passeggeri sei biglietti della lotteria a 10 euro, con una parte dei fondi destinata ad “aiutare i bambini poveri del mondo”. Sulla metropolitana che conduce alla Puerta del Sol, un sessantenne di nome Emilio esprime curiosità per la proposta degli indignados, ma si dice perplesso: “troppo pochi riferimenti culturali e troppi perroflautes”, letteralmente “cane e flauto”, cioè barboni e punkabbestia. La rivoluzione a Puerta del Sol, nel cuore di Madrid, comincia a respirarsi appena fuori dalla fermata della metropolitana. La piazza è a forma di mezzaluna, leggermente in declivio, la parte più alta è occupata da lavori stradali, il resto dalle tende, tenute ferme da bottiglioni d’acqua, e dalle baracche dei gruppi di lavoro, sorte tra le due fontane e la statua equestre di Carlos III. Sol si chiama anche “chilometro zero”, perché è da qui che si dirama la rete stradale che porta da Madrid al resto della Spagna. Un lato della piazza è costeggiato da una strada aperta ad autobus e taxi, il resto è pedonale.

Nilton

Nilton

La crisi che sta mettendo in ginocchio il paese, ha il colore giallo fluorescente delle pubblicità dei banchi dei pegni “Compro oro”, “Impegna i tuoi gioielli”, scritto su insegne, cartelli, cabine telefoniche, giubbetti catarifrangenti di decine di giovani. Se Nilton, un 24enne dominicano, guadagna1000 euro al mese distribuendo ai passanti big

lietti da visita del banco dei pegni, a Madrid devono essere proprio in tanti ad aver bisogno di barattare le gioie di famiglia con i contanti per pagare l’affitto. È qui alla Puerta del Sol che è sbocciato il movimento. Spontaneamente, la notte dopo la grande manifestazione del 15-M, domenica 15 maggio, quando un gruppo di persone è rimasto seduto in piazza a parlare di come continuare. «Sono ripassato dalla piazza quando la manifestazione era finita – ricorda Liam, 32 anni, irlandese, ora nell’Acampada Sol fa parte del gruppo di lavoro sulla “partecipazione” – mi sono fermato a chiacchierare con un pompiere e l’ho trovato interessante. Quando ho capito cosa stava succedendo ho preso una scopa e mi sono fermato a dare una mano nelle pulizie. Vengo quasi tutti i giorni, quando non insegno». Liam vive a Madrid da sei anni, insegna inglese, ma, come la maggioranza dei colleghi, con un contratto da 9 mesi l’anno. Durante l’estate deve cavarsela con le vacanze studio o quello che trova. «C’è chi sta peggio, chi deve fare ogni giorno due ore di straordinari gratis, per paura di essere licenziato. C’è chi è stato rovinato dalle banche, ma le rivendicazioni – precisa – non sono solo per problemi specifici. Vogliamo una società più giusta e una politica più trasparente. Come cittadino del mondo mi piacerebbe potermi esprimere direttamente su cose importanti. Sugli interventi militari si dovrebbe poter chiedere ai cittadini: volete mandare ragazzi di 18 anni a uccidere ed essere uccisi?». Gli è ben chiaro che l’acampada, il movimento in generale, rappresentano una fase di transizione. Le difficoltà sono le stesse di Barcellona, con in più che «a Madrid siamo stati i primi a organizzarci, e una parte del movimento, specie nelle piccole città e nei paesini, guarda a noi come un riferimento simbolico importante» dice, mentre dà indicazioni a un’anziana signora su dove lasciare la propria firma di solidarietà.

Liam

 

Come a Barcellona è spuntato un orto nell’aiuola della fontana. Le parole e gli slogan del movimento tempestano gli accessi della metropolitana, violano il gigantesco manifesto pubblicitario che pende da un palazzo. Sopra il bel volto di Paz Vega e lo slogan “perché io valgo”, c’è scritto “Lotta allegra, combattiva, degna e collettiva”, “Nessuno ci rappresenta” e “Disillusione + indignazione = azione”. Un fumetto appiccicato su un altro cartello pubblicitario mette in bocca all’attrice un promemoria ironico: “Anch’io faccio la cacca”. Altri slogan ricordano che “La rivoluzione sarà femminista o non sarà” e che “Da Tahrir al Sol brilla una luce che non si spegnerà mai”.

 

 

Continua su partiallyfree e galatea.

 

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3 pensieri su “Dalle piazze di Spagna: le ragioni degli indignati. Quarta puntata

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