Dalle piazze di Spagna: le ragioni degli indignati. Quinta puntata

E’ on line su Galatea il reportage “Finalmente in piazza”, da Barcellona e Madrid.

Questa è la quinta puntata, se non l’avete ancora fatto potete recuperare la prima, la seconda, la terza e la quarta.

 

Sete di politica
Più che ai giovani egiziani o tunisini, gli indignadosdichiarano di riferirsi all’Islanda, dove, dal gennaio 2009, le proteste nate dalla crisi economica hanno portato alle dimissioni del governo, alla nazionalizzazione di alcune banche e a rielaborare la Costituzione. Molti convengono che la realtà spagnola è ben diversa da un paese di poco più di 300 mila abitanti. In piedi davanti a una piccola urna con la scrittaIrene propuestas, Irene parla nell’iPhone di un giornalista boliviano, tremando per il freddo. È ingegnere, disoccupata. Sol è la sua prima esperienza politica, aveva fatto un po’ di volontariato nella lotta al cancro e all’Aids, ma così piena di energie non si era mai sentita.

«Le persone si fermano per incoraggiarci e nei quartieri ho assistito ad assemblee di 200 persone l’una, una cosa mai vista in Spagna». Tra le proposte lasciate dai cittadini o emerse dalle assemblee «c’è di fare referendum popolari per ogni modifica legislativa. I politici devono cominciare a capire che sono nostri rappresentanti, devono stare ad ascoltare le nostre idee». In piazza, dice, c’è soprattutto gente di sinistra, di destra quasi nessuno. Due uomini che stanno inchiodando delle assi, intervengono: «Non credo tu abbia chiesto a tutti». E Irene precisa «Il movimento è apolitico e orizzontale, le idee emergono dalla piazza per consenso»
«Sono figli di papà mossi da una mano negra, sostenuti da qualcuno che sta nell’ombra e ha interesse a finanziarli», sostiene Jesus, un pensionato che si avvicina a curiosare. L’idea la condivide anche Luis, del negozio di filati all’angolo della piazza: «La situazione della Spagna oggi è un vero disastro, cinque milioni di disoccupati, seicentomila imprese che hanno chiuso in un anno, una burocrazia esagerata e la mancanza di mobilità sociale ed economica. L’indignazione di questi giovani, al principio, ci è sembrata giusta». Poi, però, Luis, come altri commercianti, ha cominciato a sentirsi danneggiato «i clienti vengono meno volentieri». Nel maggio del 1968 lavorava in un hotel a Parigi «Ma lì i riferimenti erano Markuse e Simone De Beauvoir – dice – questi ragazzi non abbiamo ancora capito cosa chiedono, e forse qualcuno sta cominciando a manipolarli». A leggere El País, il rischio, più che di essere manipolati dall’alto sembra quello delle infiltrazioni – favorite dal metodo assembleare e dalla ricerca di consenso collettivo – di persone interessate a bloccare con il proprio veto tutte le proposte concrete. Le riforme su cui il consenso è più ampio riguardano soprattutto la metodologia politica, il sistema elettorale (molti vorrebbero un proporzionale duro e puro), i metodi di partecipazione dei cittadini attraverso referendum, assemblee, leggi di iniziativa popolare. Trovare un consenso su proposte concrete ad ampio raggio è più complicato, ma quello che si respira dentro all’accampamento è comunque un’enorme sete di politica. Victoria 60 anni, i capelli grigi un po’ cotonati, le spalle coperte da uno scialle nero fatto all’uncinetto. Arrivaquasi trafelata e appoggia la borsa della spesa sul tavolo del gruppo “politica a lungo termine”. Dall’altra parte siede Fernando, 28 anni, di Burgos, una felpa bianca e una bustina di carte per sigaretta appoggiata sull’orecchio. Ne fuma una dietro l’altra rollando il tabacco, mentre Victoria cerca di spiegare le sue idee, aiutandosi con appunti su un foglio a quadretti. «Se ci uniamo tutti quanti, donne, studenti, lavoratori, in quattro anni possiamo ottenere il raddoppio del salario minimo», sostiene. Tra i progetti anche una banca del tempo, del tempo impiegato, e attività sociali nel suo quartiere, come un baby sitting autogestito per le mamme che lavorano. «Sono separata con quattro figli, lo faccio per loro, non posso tenermeli attaccati alla sottana per sempre. Solo se ci uniamo possiamo cambiare le cose».

 

Continua su partiallyfree e galatea.

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2 pensieri su “Dalle piazze di Spagna: le ragioni degli indignati. Quinta puntata

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