Dalle piazze di Spagna: le ragioni degli indignati. Sesta puntata

E’ on line su Galatea il reportage “Finalmente in piazza”, da Barcellona e Madrid.

Questa è la sesta (penultima) puntata, se non l’avete ancora fatto potete recuperare la prima, la seconda, la terza, la quarta e la quinta.

L’utopia
Unione, solidarietà, intelligenza collettiva. Victoria e Fernando esprimono gli stessi concetti. Lei ci è arrivata da sola, “con tanto dolore”. Lui ha cominciato a discuterne qui, con gli altri del movimento. Era arrivato pensando di ricavarne una tesina, per il suo dottorato in antropologia, e si è fermato a progettare proposte politiche a lungo termine. «Per esempio sostituire l’idea di diritti umani, che sono nati durante la guerra fredda e discendono dall’alto, con un concetto di responsabilità reciproca, della società verso i cittadini e viceversa» e «sostituire il sistema patriarcale e capitalista con relazioni orizzontali tra i popoli, basate sull’interesse comune. Non possiamo eliminare il denaro – dice – ma riformare questo sistema finanziario disumano e privo di senso, sì».

Nell’accampamento l’utopia sta funzionando: «Non circola denaro, ma tutto quello di cui abbiamo bisogno c’è. Mentre Fernando parla, una ventina di persone dall’altro lato della piazza è impegnata a montare una sorta di grande tendone, per consentire all’assemblea plenaria di svolgersi anche in caso di pioggia. La sera prima, in una piccola riunione sotto gli ombrelli, si era deciso di mobilitare tutti perché portassero teli, pali, tende da circo o qualunque cosa utile a ripararsi dall’acqua. L’appello ha girato sulla rete e di bocca in bocca, e meno di ventiquattro ore dopo il tendone ha cominciato a prendere forma, un grande patchwork di pezzi di plastica arrivati da mezza Madrid. «Nell’assemblea di stasera – spiega Julio, 29 anni, oggi è uno dei portavoce del movimento – cercheremo di arrivare a un consenso sul futuro. C’è una proposta del gruppo di lavoro giuridico su quando e come lasciare l’accampamento. Vorremmo il consenso su un documento minimo, che chiede separazione effettiva dei poteri, controllo dei cittadini sulla politica, trasparenza, e responsabilità personale di chi ha incarichi politici». Il movimento, dice Julio, giornalista ora disoccupato «è molto eterogeneo, le differenze di opinione ci arricchiscono. Questo non è un luogo di divertimento, ma di dibattito politico». Anche qui molti cartelli ricordano che “esto no es un botellon”, non è un capannello di gente che si incontra per ubriacarsi prima di andare a ballare. Durante il giorno c’è chi gioca a scacchi, chi suona la chitarra, chi danza con una pianta di basilico in equilibrio sulla testa durante una pausa nel lavoro della cucina. Curioso e affascinante, incredibile, il mix di persone che si fermano a parlare. Di sogni, progetti, futuro. Tre pensionati e un immigrato africano discutono di

Robert

urbanistica in piedi sotto a una tenda blu. Una signora in giacca rossa e capelli argento legge attentamente volantini e fumetti accanto a due giovani punk che dipingono. Una mamma con un bambino offre il suo aiuto volontario come psicologa. «Questo movimento è la cosa più emozionante, ragionevole, elegante e piena di speranza che ci sia stata in questo paese per decenni», commenta Alvaro, 32 anni. È biologo, ma lavora nel settore commerciale di un’azienda: «Ho sospeso la mia vita per venire qui, in ogni momento libero. Non mi fermo a dormire ma spesso vedo l’alba alla Puerta del Sol». Non ha mai fatto politica, prima, non ha mai trovato uno spazio dove impegnarsi, ora fa parte del gruppo di lavoro “pensiero”. «Ci serve un pensiero per non lasciarci colonizzare – spiega – per avere un’idea di chi siamo, anche nel rabbioso presente. Siamo un movimento che ha a che vedere con una forma di gestione della cosa pubblica, che ha recuperato la piazza nella funzione millenaria che ha avuto in tutto il Mediterraneo. Un luogo di incontro, discussione, ascolto, un sistema che si basa sul rispetto, sulle decisioni di assemblea orizzontali, sull’inclusività totale. Più o meno siamo questo. È un’università di alfabetizzazione politica. E, hombre, es muy emocionante». Anais, 38 anni, che lavora come operatrice sociale, qui a Sol conduce laboratori sul femminismo. «Per principianti – precisa – perché anche se fanno credere che la donna abbia fatto passi da gigante, la strada da fare è lunghissima, nel linguaggio, nelle case, nei luoghi di lavoro, nelle università dove le giovani ricercatrici fanno molta più fatica dei maschi a ottenere una cattedra». Ana, 24 anni, sta finendo di studiare architettura, ed è piuttosto rassegnata al fatto che non troverà lavoro: «In Spagna non si fanno più concorsi di architettura. Gli enti pubblici chiamano direttamente un archistar, come Norman Foster qui a Madrid, e danno a lui un incarico milionario». Vive con i genitori, lavora in nero per un’agenzia di pubblicità e dà ripetizioni ai ragazzini. «Sono due anni che mando curriculum, dai negozi di alimentari ai centri commerciali. Parlo tre lingue, sono istruita, so usare il computer. Nessuno mi ha mai risposto». La proposta più importante? «la riforma elettorale, da un sistema politico rinnovato e con la presa di coscienza dei cittadini potranno nascere nuovi politici che ci rappresentino veramente». Robert, 28 anni, fa un master in comunicazione politica «Così se trovo lavoro finirò per alimentare quegli stessi partiti che qui stiamo combattendo», ironizza. All’inizio non credeva molto nell’assemblearismo, dopo 15 giorni di movimento è arrivato a pensare che l’assemblea ha tre vantaggi: «In assemblea contano i contenuti. Ascolti attivamente e non cerchi di convincere gli altri. Si arriva per consenso, anche su conclusioni diverse da quelle che si avevano in partenza».

 

Continua su partiallyfree e galatea.

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