Dalle piazze di Spagna: le ragioni degli indignati. Settima (e ultima) puntata

E’ on line su Galatea il reportage “Finalmente in piazza”, da Barcellona e Madrid.

Questa è la settima e ultima puntata. Le altre sono qui: iiiiiiivvvi.

 

La plenaria
L’assemblea plenaria comincia quasi puntuale alle 20.15. Bisogna raggiungere l’accordo di oltre mille persone su come proseguire la lotta. Parla il portavoce del gruppo “giuridico” che ha formulato la proposta di lasciare l’accampamento con un evento di festa e rivendicazione. L’ordine del giorno preparato dal gruppo di moderazione dell’assemblea prevede che parlino i portavoce delle altre commissioni, poi ci sia un turno di interventi per esprimere dubbi, un altro di puntualizzazioni, e infine che si possa esprimere il consenso (in pratica votare) sulla proposta, eventualmente riformulata. Per evitare il rischio di veti da parte di una minoranza, al sistema di segni usato anche a Barcellona se ne è aggiunto un altro: muovere la mano aperta davanti al volto per dire “non sono d’accordo, ma non pongo il veto”. La discussione di fatto procede tra una grande maggioranza favorevole a sospendere l’accampamento, per continuare la battaglia con altri strumenti, e una minoranza che invece desidera restare a Sol con le tende. Il paradosso è che molti di quelli intenzionati a restare, di fatto, non stanno partecipando all’assemblea, ma restano a suonare la chitarra nelle tende, o sono tra i tanti emarginati che in questo luogo hanno trovato un’occasione di accoglienza.

L’assemblea si trascina per oltre quattro ore, chiunque è in disaccordo ha diritto di parola e

Assuncionil gruppo di moderatori chiede delle pause per riformulare con una mediazione. Si tolgono aggettivi e si aggiungono varianti, mentre le centinaia di giovani, studenti, lavoratori, cittadini e pensionati restano pazientemente seduti. Un giovane austriaco, in uno spagnolo perfetto ma dal forte accento, interviene per descrivere la crisi del movimento universitario di Vienna, «che nel 2009 occupò per tre mesi l’università e passò tutto l’ultimo mese a dibattere se dovevamo andare o restare». Si rivolge alla minoranza pregandoli di non ostacolare la scelta «perché solo così il movimento può continuare a crescere e non arenarsi o indebolirsi». Conclude con un “fenzeremos atelante” strappando applausi scroscianti. Ci vorrà ancora più di un’ora. «Per favore, stiamo cercando di esercitare l’intelligenza collettiva, è difficile ma cerchiamo di essere pazienti», implora una delle moderatrici. L’assemblea mostra la forza e i limiti del movimento, la voglia di avere un respiro ampio e di proporsi come alternativo, e le difficoltà della democrazia diretta e della rinuncia all’individualismo. È facile immaginare come mai la piazza di Barcellona non sia riuscita ad accordarsi sulla decrescita o sul nucleare, a forza di obiezioni individuali o precisazioni di piccoli gruppi. Eppure, alla fine, tutti se ne vanno sorridenti, si abbracciano per il risultato ottenuto e domani torneranno in piazza. Robert, che lo fa per i suoi futuri figli. Asuncion, che di questi ragazzi potrebbe essere la mamma. Cesar, innamorato del popolo Saharawi e desideroso di cambiare il mondo “a partire da me stesso”. Javier, militare in pensione che ha vissuto il
Javierregime di Franco. Oscar, olandese, che faceva il pastore in una fattoria biologica ed è venuto a dare una mano traducendo documenti. David, di New York, che negli Stati Uniti ha perso la casa a causa di un mutuo subprime e a Madrid insegnando inglese non riesce a permettersi un appartamento in affitto. Vanno a dormire a casa o nelle tende, e quasi tutti hanno lo sguardo sereno di chi sa di non essere più da solo, nonostante le difficoltà e le violenze della polizia, che anche la settimana dopo continueranno a Valencia e in altre città spagnole. Il gruppo “arte”, intanto, ha preparato un nuovo cartello da attaccare sotto il nome della Puerta del Sol. “Plaza tomada”, dice, presa e trasformata in una vera agorà.

 

FINE

copyright Giulia Bondi e Galatea

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