Valle di Susa. Settima puntata.

On line su Galatea il reportage dalla Valle di Susa. Ecco la settima puntata (qui le altre: i, ii, iii, iv, v, vi).

Descrizione di una battaglia
Le informazioni dagli altri fronti agitano gli animi e la concentrazione di gas nell’aria aumenta. «Le famiglie con bambini e anziani comincino a tornare verso Chiomonte» raccomanda la voce nel megafono. «Stanno gasando i miei amici» informa un ragazzo mentre chiude la chiamata al telefonino e alza il foulard NoTav sopra la bocca.
Si comincia gridando “Venite dalla nostra parte, passate dalla parte giusta”, “Vigliacchi, bastardi”. Gli agenti restano schierati immobili per quasi un’ora, alcuni metri dietro la recinzione, mentre i manifestanti appendono striscioni, poi tentano di divellere le pesanti reti metalliche con un tiro alla fune di quasi venti persone. Un ragazzo passa la prima barriera che chiude via Dell’Avanà (‘vitigno tipico’ recita la didascalia sotto il cartello stradale) sventola davanti agli agenti una bandiera NoTav, si abbassa i pantaloni in segno di scherno.

In prima linea hanno già indossato occhialini da piscina e mascherine. Insieme a loro fotografi e reporter che al primo lacrimogeno si troveranno col volto in fiamme. Qui la Dora è attraversata da un piccolo ponte, gli organizzatori raccomandano che venga sgomberato, per evitare situazioni pericolose dovute al panico. Lungo le rive del fiume e sulla strada che sale a Chiomonte centinaia di persone. Nel centro del paese – pochi chilometri più in là – ormai i comizi conclusivi di sindaci e sindacalisti.
Uno sparuto gruppetto si siede con le mani alzate davanti alla barriera, ma resiste poco. Il primo oggetto che traversa la luce del pomeriggio è un proiettile lacrimogeno. Al primo gas seguono i primi sassi, accompagnati da una colonna sonora di bastoni sbattuti contro i guardrail, tutto è offuscato dal fumo dei gas sempre più denso. Dalle due parti della recinzione, ormai quasi del tutto abbattuta, si fronteggiano giovani con il casco. Dal lato della centrale elettrica hanno scudi e gas, gli altri sassi e fionde. I Valsusini stanno a guardare, ma i commenti non sono di condanna. «Noi non saremmo d’accordo con la violenza – dice una signora coi capelli cotonati e un lieve riflesso azzurro – ma non ci è rimasto altro. Non possiamo stare a guardare mentre devastano la nostra valle». Cerca conforto al bruciore della gola con un po’ di acqua e limone, riparandosi dietro una delle roulotte rimaste del presidio. Un candelotto di lacrimogeno ha appena colpito in pieno la tenda usata da avvocati e medici dell’infermeria. Alcune traiettorie sono a parabola, molti altri candelotti sfrecciano dritti all’altezza dei manifestanti e in mezzo alla folla. Carlo e Claudio, due giornalisti, resteranno entrambi feriti a un braccio.
«Ora le tentiamo tutte – prosegue la signora – i blocchi stradali, le preghiere, gli assedi. La protesta pacifica, da sola, non basta più». «Non ho mai usato armi in vita mia – aggiunge quello che forse è suo marito – ma se ne avessi avuta una, allo sgombero della Maddalena l’avrei portata». «Sono loro a comportarsi in modo illegale» fa eco un terzo, che ha parole di ammirazione verso «i giovani coraggiosi, venuti da lontano, per aiutarci a rinconquistare la nostra valle».
Le pietre vengono raccolte sul greto del fiume e portate come munizioni agli sbarramenti, ai lacrimogeni si sono aggiunti gli idranti, una ruspa avanza fino a pochi metri dai manifestanti. Una decina di furgoni scendono alla centrale carichi di rinforzi e il numero di scudi a testuggine sotto le pietre e i riflessi del sole aumenta a dismisura. Lo scontro dura quasi tre ore, ma alla fine, in una nebbia sempre più fitta che avvolge il verde delle montagne e stagna sulle acque della Dora, sono i poliziotti a riconquistare i pochi metri di terreno per cui si combatte.
“Merde, suca, succhiami l’uccello” gridano alcuni degli uomini in divisa appena raggiunto quello che resta del presidio. Si rivolgono alle ragazze sull’altra sponda con gesti inequivocabili, gettano nel fiume poster e gazebo e issano su uno dei guard rail uno striscione azzurro con una scritta bianca, come se avessero appena conquistato Iwo Jima. In omaggio ai paradossi gli scontri del 3 luglio alla centrale di Chiomonte finiscono con una scena surreale. I poliziotti sono schierati sul ponte, i manifestanti dietro cassonetti e bagni chimici. Un uomo vestito di arancione esce con le mani alzate assieme ad alcuni compagni. Agenti in borghese, tra cui una donna, gli vanno incontro. Non hanno scudi ma solo qualche protezione da motociclista, alla cintura i manganelli tonfa e le pistole. Cominciano a dire chi ha cominciato e quando, del diritto di difesa, della violenza. Poliziotti e manifestanti si parlano sopra, s’interrompono a vicenda, battibeccano come se ognuno si sentisse offeso dal comportamento dell’altro, costretto a reagire da una spirale che non è stato lui a innescare. Ondeggiano sulle acque della Dora le nubi azzurrine dei gas lacrimogeni, il dialogo continua animato come tra due gruppi di ragazzini che litigano per avere il lato migliore del campo. Le televisioni parleranno di “violenza eversiva dei manifestanti” e di “comportamento esemplare delle forze dell’ordine”, ignorando i 50mila che hanno sfilato pacificamente.

[Domani l’ultima puntata. Il reportage completo è disponibile su Galatea.]

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