Danubio, diari della bicicletta. Tappa tre: Osijek-Vukovar. La torre

Terza tappa in bici sul Danubio (Budapest-Belgrado). Qui le tappe precedenti: (introzerouno, due).

La torre

Osijek-Vukovar. 44 km. Minimi saliscendi, strade asfaltate secondarie.  Forature: una. Pranzo e cena a Vukovar, nei caffè al lato del Danubio. Pernottamento: Hotel Dunav. Merenda: a casa di Sandra, alle porte di Vukovar.

Se il miracolo di Josip Broz Tito è stato tenere sotto la stessa bandiera gli ex sudditi di Francesco Giuseppe e i discendenti dei giannizzeri, il sestetto appena formato sulla piazza di Osijek non manca di vivaci differenze. Gigi è ancora addormentato, tutina aderente e maglietta coordinata con la scritta “Rock no war”. Alberto in maglia rossa, pantaloncini imbottiti neri e ginocchia doloranti. Da stamattina pedaleranno con loro Elisa e Francesca, sorridenti in occhiali da sole, caschetto e foulard colorati. Caschetto in testa anche per Glauco, in total black a cavallo di una bici candida, due sacche minimaliste senza nulla che sporge, minuscoli fanali a led, un’attrezzatura essenziale ma perfetta. Infine Alain, maglietta di cotone dell’ultimo tour dei Radiohead, pantaloncini consunti, sacca da palestra legata di traverso sul portapacchi, due piccole borse di attrezzi scelti a caso e una tenda – mai usata – agganciata al manubrio con un elastico.

Il sestetto appena composto si ferma subito per un rifornimento a un mercatino di quartiere, dove la frutta si pesa ancora su vecchissime stadere di metallo. La strada di periferia è percorsa da vecchi tram. Accanto, muri di cemento costellati di pubblicità di vestiti e di formaggini. Si pedala lontano dal fiume, tra vigneti e paesini colorati. Fuori dalle case, le prime cataste di legna spaccata in vista dell’inverno. Senz’altro, tra poco, qualcuno inizierà a pelare peperoni per la conserva di ajvar.

Una guerra fratricida consuma le ginocchia di Alberto: risparmiare la destra affaticata non fa che compromettere la sinistra. Quando Elisa fora, alle porte di Vukovar, Francesca approfitta della pausa forzata, abbandona il foulard bon ton e si trasforma in una sorta di zingara guaritrice. Risana l’infortunato con una serie miracolosa di esercizi basati su movimenti impercettibili dell’interno coscia. Intanto, si affacciano da casa Sandra, Vera e Nikola, con pizzette e kolaci per i forestieri. Insistono a larghi sorrisi e gesti perché si entri. Rifiutare è impossibile.

Dal giardino con il cane e la vecchissima Volkswagen parcheggiata si arriva a una piccola veranda con i muri intonacati, il pavimento in cemento, un tavolo con le sedie di plastica e uno stereo posato per terra. Il marito di Vera fa il poliziotto, lei non ha più lavoro da molti anni. Stavano meglio quando c’era Tito, facevano perfino shopping a Trieste, ammette sorseggiando Nescafé, uno status symbol immancabile anche nella più decaduta delle case borghesi. L’ottimo caffè turco dal fondo melmoso di grani macinati fini lo offrono ormai solo i profughi e i rom. Vukovar. Degli 87 giorni di assedio del 1991, Vera e Sandra non fanno parola. Ne parla la torre piezometrica crivellata di colpi, e i buchi a rosa delle granate che costellano portici e palazzi. Il resto della città sembra di nuovo discretamente ricca e spensierata. “Il primo urbicidio europeo dopo il 1945” si respira tra le tombe, le croci bianche e un sacrario pieno di ceri accesi, con le tinte del tricolore croato bianco, rosso e blu. Decine di lapidi portano le stesse date di morte e la stessa scritta, Hrvatski Branitelj, difensore della Croazia. Ma il racconto dell’insanabile odio etnico vacilla per un istante davanti alla tomba di Husein e Cilika, sepolti insieme, stella e mezzaluna per lui, croce per lei.

Continua nei prossimi giorni, fino a Belgrado. La versione completa è già on line su Galatea.

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3 pensieri su “Danubio, diari della bicicletta. Tappa tre: Osijek-Vukovar. La torre

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