Danubio, diari della bicicletta. Tappa cinque: Novi Sad – Stari Banovci. L’acqua

Il sito web di Galatea, che ha pubblicato questo reportage sul numero di ottobre, è temporaneamente offline. Il viaggio verso Belgrado lungo il Danubio, però, continua. Qui le tappe precedenti: (introzerouno,due, tre, quattro).

L’acqua

Novi Sad-Stari Banovci. 85 km. Argini sterrati, piccoli saliscendi e strade secondarie. Forature: nessuna. Una caduta senza conseguenze e una rottura del cambio. Pranzo: Stari Slankamen, sulle rive del Danubio. Cena e pernottamento: Kondorovi Dvori, Stari Banovci.

Ripartire dalla fortezza di Novi Sad, affacciata sui resti dei ponti distrutti dalla Nato, è difficile. Nessuno, come fino a qualche anno fa, apostrofa i viaggiatori recriminando: “Italians? Thank you for bombing us!”. Eppure è inevitabile perdersi tra i meandri e le pietre della fortezza di Petrovaradin. Memoria e bellezza. E mistero in questa macchina da guerra costruita in pietra in mezzo al Danubio. Le sedie dei tavolini che si affacciano sul fiume sono incollate ai sederi. I caffè sono degli espressi slavati, ma durano come fossero turchi, con il fondo da lasciar depositare. E allora il gruppo si divide. In quattro, compreso il belga, partono per Belgrado. Alberto e Gigi ordinano l’ennesimo caffè e restano a guardare l’acqua che scorre.

A distrarli ancora, qualche chilometro più avanti, sarà l’abito a fiori della barista Vesna, certamente non più giovane ma ancora bellissima. È un piacere darle lezioni di italiano, sentirle ripetere “Pivo, birra” e “Laku noc, buonanotte”. Poco importa se il bagno è una latrina maleodorante, e se per lasciare il locale bisogna per forza accettare mezzo chilo di pomodori. Poche ore dopo, prevedibilmente massacrati dal viaggio nelle sacche, i pomi d’oro troveranno sepoltura in un cestino sulla riva del fiume. Oggi, il percorso previsto dalla cartina correrebbe lontano dal Danubio, ma il richiamo dell’acqua e dei riflessi delle barche è troppo grande. Al cartello che indica il villaggio di Stari Slankamen sono le biciclette a decidere da sole di scendere, giù per sette chilometri fino alla riva, dove si mangia una trota impanata dall’inconfondibile sapore di fango. Inizia una nuova trattativa, fallimentare, per convincere un pescatore a portare uomini e bici fino a Belgrado, e a sorpresa ricompattarsi col gruppo di testa recuperando le ore di ritardo. In qualche modo bisogna risalire, ma i volti sfiduciati delle tre babe cui si chiedono indicazioni non promettono nulla di buono. Spiegano gentilmente che un sentiero in pietra sale nel bosco tra le villette, ma le fronti sono corrucciate sotto i foulard neri. Infatti, ci sarà la prima caduta, e in una buca Gigi spacca addirittura il cambio. Ci si consola della disavventura comprando pesche appena raccolte e pedalando piano piano, tra i villaggi dalle casette colorate con il timpano in stile austroungarico e la data di costruzione, tutte milleottocento e qualcosa. Contadini, perdigiorno e bambini diventano star per l’obiettivo di Gigi. Gli uccellini sono note musicali sui fili della luce. Si fa a gara di lentezza con i carretti sovraccarichi trainati dai cavalli, fino a fermarsi a Stari Banovci, alle porte della capitale. L’albergo è il Kondor, sontuoso e kitsch, copriletto di raso rosso e cuscini a forma di cuore, angioletti manieristi alle pareti e portacenere decorati con facsimile di banconote da cento euro. A cena non ci sono altri avventori, ma la tensostruttura color perla in riva al fiume sembra rimbombare ancora di chiassosi banchetti, invitati vocianti, cravatte slacciate e scarpe coi tacchi che si muovono frenetiche al ritmo di trombe, e forse kalashnikov.

Continua nei prossimi giorni, fino a Belgrado. Ormai ci siamo.

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