Danubio, diari della bicicletta. Ultima tappa: Stari Banovci – Belgrado.

Il sito web di Galatea è ancora offline, mentre noi stiamo arrivando finalmente a Belgrado, dove il Danubio incontra la Sava. Il viaggio si conclude.

La confluenza. Stari Banovci-Belgrado. 25 km. Brevissima e pianeggiante, allungata di 12 km per una erronea deviazione in zona industriale alla periferia di Belgrado. Si entra in città attraverso Zemun. Forature: nessuna. Pernottamento: Hotel Slavija, Belgrado.

Mappa elaborata da Alice Padovani

Il protagonista della mattina è un signore amputato di due dita, che tenta di fare segno con le mani di quanto manca a Belgrado. Era quasi fatta, se un passaggio a livello attraversato per sbaglio e uno sguardo troppo distratto sulla cartina non avessero portato a una deviazione di 12 chilometri, tra fabbriche chiuse e case eternamente in costruzione.

Si sente già il caldo quando ecco il campanile di Zemun, ultimo bastione austroungarico prima di attraversare la Sava ed entrare nella città bianca, in realtà grigia e marrone di condomini coperti di graffiti. Un gigantesco uomo-città dai denti fatti di palazzi divora, su un murale, una foresta. Decine di rondini, in un altro, volano a spirale fino a trasformarsi in chiese e casette. Orientarsi è difficile, le strade hanno tutte cambiato nome, i toponimi titini sostituiti da nomi e cognomi di principi e vescovi medievali, col cirillico che segna nuovi confini.L’incontro con Glauco, Elisa, Francesca e Alan è per caso, a un angolo di strada, stanno per andare a prendere il treno e consigliano l’hotel Slavija, fossile vivente degli anni Settanta pieno di fascino e moquette a pochi passi da San Sava.

Foto Luigi Ottani

Davanti alla grande chiesa le grida sconnesse di una mendicante pazza. Dentro, l’ordinata devozione dei fedeli che sfilano davanti alle immagini sacre, lasciando offerte, veloci segni della croce e rapidi baci. Poi Knez Mihajlova, che non aveva un nome socialista, seduti in un bar con le immancabili pivo ad ammirare il passeggio di giovani famiglie e ragazze in minigonna, davanti a un muro vandalizzato dalla scritta “Jebem vam mater” (mi scopo vostra madre). E va beh. Che siano gli Stati Uniti d’America, la cui ambasciata ha ancora porte e finestre murate per questioni di sicurezza, o l’Unione Europea, i graffitari serbi non si stancano di vergare sulle pareti della città slogan contro gli imperi. Ciò che rimane, strutture in cemento armato vuote, dei ministeri bombardati di Kneza Milosa recitano “Kosovo è Serbia”, “1389” e un più ironico “Nato. Just bomb it”.

Le luci dei lampioni si stanno già accendendo quando Luigi, Alberto e le loro bici ora scariche di bagagli si affacciano sulla confluenza dei due grandi fiumi. Attraversano la fortezza di Kalemegdan tra le bancarelle che vendono cartoline d’epoca e banconote da un miliardo di dinari, fino a sedere sul muretto di pietra tra decine di giovani e migliaia di zanzare, a osservare la Sava che incontra il Danubio nella luce del crepuscolo. Lontano, la torre della televisione, i grattacieli di Novi Beograd, il centro commerciale di Block 70 con le sue chincaglierie cinesi.

Lontano, prima, risalendo le acque del fiume, le cupole rosse di Budapest e la piazza quadrata di Osijek, le selle magiare e i campi di granturco. E più avanti, davanti a noi, lungo la vena profonda della vecchia Europa, nuovi confini, fino alle porte di Costanza con il suo solido nome latino, fino al delta dove l’acqua verde si scioglie nel Mare Nero. Meglio non chiudere gli occhi, per non restare intrappolati in altri Orienti, le scalinate di Odessa, gli smarrimenti di Trebisonda, le moschee scintillanti di Costantinopoli. Domani, un treno ci riporterà indietro.

FINE

(Qui le tappe precedenti: introzerouno,due, tre, quattro, cinque).

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