Islanda, la rivoluzione lenta. Prima parte.

Ecco la prima parte del mio reportage dall’Islanda, pubblicato da Galatea di novembre col titolo “Hanno salvato i ricchi“. Chi non ha già letto la versione integrale la troverà qui, diluita, un pezzettino al giorno.

“Signora, che ne pensa dei banchieri?” “Fuck them all, mi scusi il linguaggio”, risponde Rebecka, e subito abbassa a terra gli occhi azzurri. Ha una sessantina d’anni e i capelli grigi, se ne sta seduta su una panchina della piazza davanti all’Althingi, il Parlamento di Reykjavik, stretta nella sua giacca a vento nera. “Dicono che la crisi è finita, ma i nostri stipendi non bastano più a fare la spesa, mentre loro hanno ricominciato a volare in prima classe”.

Rebecka è in compagnia di un’amica, attorno a loro si sta svolgendo una delle manifestazioni che continuano a portare in piazza decine e centinaia di islandesi, con stipendi e pensioni ancora mangiati dai debiti e dall’inflazione. Nel 2008, quest’isola a 66 gradi di latitudine nord, 100 mila chilometri quadrati per 320 mila abitanti, è stata la prima nazione occidentale che dagli anni Settanta è dovuta ricorrere a un prestito del Fondo Monetario Internazionale.

A portare il paese al tracollo, la crisi di un settore bancario che dalla metà degli anni Novanta in poi si era espanso fino a occupare il 10% dei lavoratori del paese, portando gli uomini d’affari islandesi, i cosiddetti “banchieri vichinghi” a scalare le classifiche di Forbes degli uomini più ricchi del mondo, viaggiare su lussuosi jet privati decorati dal “martello di Thor”, festeggiare il proprio compleanno chiamando a cantare Elton John. In realtà, quelle stesse banche avevano concesso prestiti con troppa facilità, accumulato debiti a breve termine per una cifra pari a più del doppio del prodotto interno lordo islandese (2003), toccando alla fine del 2007 un’esposizione debitoria totale pari al 900% del Pil.

Tre anni dopo, con un nuovo governo che ha sostituito il precedente, travolto dalle proteste popolari, la crisi può sembrare invisibile a chi passeggia per Laugavegur. La strada, che un tempo portava ai lavatoi della periferia di Reykjavik, ospita i negozi eleganti, di abbigliamento tecnico per difendersi dalla furia della natura, di gioielli di design in lava vulcanica, di morbidi pupazzetti di pelouche a forma di foche e pulcinelle di mare. I prezzi sono alti, le automobili che sfilano a passo d’uomo sono quasi tutte lussuosi suv. Il tratto che da Laugavegur scende verso il Parlamento si chiama Bankastraeti, via della Banca.

Alle pareti dei bar sono appese immagini di quei paesaggi dai colori soprannaturali che attirano ogni anno mezzo milione di turisti da tutto il mondo. Fuori, il vento spacca gli ombrelli e taglia il viso. Un ragazzo in tuta da neve carica tre casse di calici di cristallo su un’enorme jeep rossa. Le nuvole nere esaltano i fucsia, gli azzurri e i bianchi delle casette basse, dalle grandi vetrate che non si aprono mai. La pioggia va e viene, accendendo arcobaleni che sovrastano il porto, partono dall’Harpa, il nuovo mega auditorium in vetro e cemento costato 27 miliardi di corone (circa 180 milioni di euro), e finiscono in Austurvollur, il piccolo giardino rettangolare su cui si affaccia l’Althingi, il parlamento islandese, erede dell’assemblea legislativa fondata dai coloni norvegesi nel 930 e ritenuta la più antica del mondo.

[Continua nei prossimi giorni]

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