Islanda, la rivoluzione lenta. Seconda parte: proteste

Continua il reportage dall’Islanda, pubblicato da Galatea di novembre col titolo “Hanno salvato i ricchi“. Un pezzettino al giorno, oggi la seconda parte.

Proteste.

Davanti al parlamento, sabato 1 ottobre, oltre a Rebecka ci sono alcune centinaia di persone. Famiglie con bambini, uomini e donne di mezza età, pescatori in tuta da lavoro. La manifestazione è allegra e chiassosa, i partecipanti hanno cartelli che chiedono le dimissioni del governo, parodie di locandine di film dove politici e banchieri sono diventati una gang di “Inglorious basterds”. Una fascia di una decina di metri attorno al Parlamento è protetta da transenne e poliziotti antisommossa, senza i quali i deputati non se la sentirebbero di entrare per la prima seduta della sessione autunnale dei lavori.

Ivan sta in piedi sotto un manifesto che ironizza sulla continuità tra gli istituti di credito falliti e i nuovi che li hanno sostituiti. Arion Bank, che è subentrata alla Kaupthing dopo il collasso, nel poster è stata ribattezzata “Carry On Bank”, la banca che continua.  Al posto di Landsbankinn, banca nazionale, c’è scritto “Landsbani”, morte nazionale; Glitnir, il terzo degli istituti di credito crollati, è diventata “Glaepnir”, crimine, e poi ancora “Sparithjofur”, ladro di risparmi e “Aflandsbanki”, banca in alto mare. “Siamo qui perché il governo non sta facendo abbastanza per noi – spiega Ivan. – I tassi di interesse sui mutui sono ancora troppo alti. Le famiglie soffrono, mentre i banchieri continuano a incassare bonus”. Ivan ha perso risparmi per 6 milioni di corone (circa 40 mila euro) e ha più debiti con la banca di quanto vale la sua casa.

Dal palco sta parlando Andrea Johanna Olafsdottir, che con l’associazione Heimlin cerca di fare pressione sul Governo per una riforma delle politiche abitative. Molti mutui erano in valuta estera e sono schizzati alle stelle con la svalutazione della corona. Altri, indicizzati all’inflazione, sono cresciuti del 35-40%. Per il momento, uno dei risultati ottenuti è che chi non ha altre proprietà può vedersi ridurre il debito al 110% del valore dell’immobile. “Di fatto vuol dire che non possiedono neppure le chiavi di casa, ma è già qualcosa”, chiarisce con amara ironia Olafur Isleifsson, economista dell’Università di Reykjavik.

 

Fino all’ottobre del 2008, sembrava che molti islandesi avessero trovato, in fondo ai tanti arcobaleni che solcano i cieli di quest’isola dal tempo mutevole, la leggendaria pentola d’oro. In realtà l’avevano presa in prestito, durante il boom di un sistema bancario che, appena negli Stati Uniti ha cominciato a crollare il castello di carte fatto di deregulation, liquidità senza garanzie e rating gonfiati, è imploso lasciando il paese in mutande. “God bless Iceland”, era riuscito a dire l’allora primo ministro Geir Haarde il 6 ottobre, giorno in cui fallì la prima banca portandosi via i risparmi di mezzo popolo, trascinando con sé in pochi giorni il resto del sistema bancario e la corona (che in un weekend ha perso il 50% sull’euro e nel corso del 2009 è arrivata a svalutarsi fino all’85%). Nel vortice, poi, ci è finito anche il Governo.

Dalle prime proteste del musicista gay Hordur Torfason, che ogni sabato alle 15 manifestava cantando davanti al Parlamento, si è passati man mano a centinaia e poi migliaia di persone, che, dopo settimane in piazza, sono riuscite a ottenere nuove elezioni e hanno fatto dimettere i responsabili della Banca centrale e dell’Autorità di sorveglianza finanziaria. In carica da febbraio 2009, il nuovo Governo di Johanna Sigurdardottir (già ministro del Welfare dal 2007) ha utilizzato gli aiuti del Fondo monetario internazionale e dai paesi scandinavi per risanare i conti. Le banche fallite sono diventate parzialmente di proprietà statale o sono passate nelle mani dei creditori, e a tre anni di distanza cominciano di nuovo a registrare profitti.

A essere ancora fortemente indebitate, però, sono le famiglie, colpevoli di avere fatto il passo più lungo della gamba negli anni di vacche grasse, comprando a credito fuoristrada e tv al plasma e diventando proprietarie di villette e seconde case con mutui al 100%, senza stare troppo a chiedersi se sarebbero stati in grado di ripagarli. Se si guarda al report della Special investigation commission, composta da tre economisti internazionali nominati dal Parlamento per fare luce su motivazioni e responsabilità delle crisi, l’Islanda sembra essere stata uno straordinario laboratorio in miniatura di quella stessa deregulation neoliberista che ha travolto il sistema finanziario nordamericano. A Reykjavik, chi scende ancora in piazza non si sente protagonista di una rivoluzione, ma ancora vittima di un’ingiustizia.

Torge ha 39 anni e fa il poliziotto. È davanti al Parlamento assieme ai due figli, biondi come lui. “Per fortuna oggi non sono in servizio – ammette – è dura quando sei dall’altra parte, indossi la divisa mentre vorresti essere a manifestare anche tu”. Personalmente, Torge ci ha rimesso meno di altri dalla crisi economica: “Non ho perso il lavoro, ma il mio mutuo è aumentato, come tutti, e il salario di fatto è diminuito”. La svalutazione della corona, infatti, ha fatto aumentare i prezzi di tutto ciò che è importato, la benzina per esempio è salita da 80 a 300 corone (circa 2 euro) al litro. Peter e sua moglie hanno portato in manifestazione anche il figlio piccolo e il cane. “Siamo qui perché il Governo in realtà ha salvato solo i ricchi, non la gente normale”. Loro, personalmente, hanno avuto pochi problemi, ma sono qui per sostenere la causa: “Teoricamente oggi siamo noi i proprietari delle banche, ma in realtà non le controlliamo. Ci chiedono solo di pagare”.

Silla ha 53 anni. “Ora lo sa tutta l’Islanda”, sorride. Era tipografa, ma da tre anni è disoccupata. “Le banche continuano a prosperare, mutui e affitti per la gente comune sono sempre più alti – protesta – e i ricchi sempre più ricchi”. Un berretto rosso con lunghe trecce di lana le nasconde i capelli biondi. In mano ha un cartello che dice: “Elezioni ora! Per un nuovo governo coraggioso e non corrotto”. Gunnar e sua moglie si riparano sotto un enorme ombrello nero. Lui sventola una bandiera islandese, lei ha quella dell’associazione “Fifill”, tre fiori di tarassaco in campo arancione “Abbiamo scelto questo fiore perché ricresce sempre – spiega – e perché la nostra è una protesta pacifica. Vogliamo portare via il potere alla finanza e restituirlo alle persone”. E come fare? “Take the square, revolution”, risponde lui, con gli occhi chiari pieni di fiducia nonostante i capelli già grigi. Di Johanna Sigurdardottir, primo ministro dal 2009, dopo le settimane di proteste che hanno portato Geir Haarde a dimettersi, ora dicono: “È peggio dei suoi predecessori. Gli altri, almeno, erano apertamente neoliberali. Lei, invece, ha fatto un sacco di promesse, ma è schiava delle banche esattamente come loro”. Intanto, sul palco è salita una giovane brasiliana, canta “Garrota de Ipanema” e la protesta si scioglie in danza, immaginando le spiagge di Rio.

[Continua nei prossimi giorni].

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