Islanda, la rivoluzione lenta. Quarta puntata: saghe, banche e paradossi

Quarta puntata del reportage dall’Islanda, pubblicato da Galatea di novembre col titolo “Hanno salvato i ricchi“.

Saghe, banche e paradossi.

“Quello che veramente servirebbe all’Islanda è entrare nell’Unione Europea”, afferma con convinzione Kolfinna Baldvinsdottir, 40 anni, giornalista e blogger, davanti a una birra da Solon, il bar più noto di Bankastraeti. “Invece vedo una mentalità sempre più chiusa e arrogante, sembra che preferiamo la Cina all’Europa”. Il riferimento è all’enorme ambasciata che Pechino sta realizzando nella capitale islandese, agli investimenti cinesi arrivati nel paese dal 2008, e a Huang Nubo, il miliardario cinese che sta attendendo l’autorizzazione dal Governo per acquistare Grimsstadir, un vasto terreno (circa lo 0,3% di tutto il territorio islandese) a Nordest dell’isola, sul quale afferma di voler costruire un resort turistico di lusso. Nubo, che sarebbe pronto a investire 10 milioni di dollari per comprare l’area e altri 100 per attrezzarla, è legato da un’amicizia pluriennale al marito di Ingibjorg Solrum Gisladottir, ministro degli Esteri negli anni della crisi, ora in partenza per Kabul come funzionaria delle Nazioni Unite. E nonostante il premier Johanna Sigurdardottir prema per l’ingresso nella Ue, il presidente della repubblica va più spesso in Cina che a Bruxelles.

A sentire Kolfinna, questo minuscolo paese appare diverso da come lo dipingono le classifiche internazionali, da Reporter senza frontiere (primo posto nel 2011 per libertà di stampa), a Transparency international (11esimo posto su 178 nel 2010 per corruzione percepita), fino all’Indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite (primo posto mondiale nel 2007 e nel 2008). “Sarebbe una lunga storia – dice Kolfinna – e per raccontarla bisogna presentare i personaggi, proprio come nelle saghe. Per esempio, Stefania Ingibjorg, erede del gruppo di grande distribuzione Hagkaup, sposata con Jóni Ásgeiri, rampollo della famiglia che controllava l’altra catena di supermercati, Bonus. È nato così il colosso Baugur Group, che oltre al 60% del mercato della grande distribuzione controlla il canale televisivo Stod 2 e il quotidiano Frettabladid, ed era tra i principali debitori della Landsbanki prima del crollo”.

Tra chi doveva più soldi alle banche islandesi – come evidenziano gli 8 volumi di rapporto della Commissione investigativa speciale – c’erano infatti, paradossalmente, proprio i loro più grandi azionisti, che indebitandosi acquistavano società estere e squadre di calcio. Il primato del più alto prestito ottenuto va alla Novator, la compagnia di investimenti di Thor Bjorgolfsson, uno degli utrasarvikinga protagonisti dell’esplosione bancaria. A Thor Bjorgolfsson, e al suo antenato Thor Jensen, anche lui imprenditore a inizio Novecento, è dedicata un’anteprima nella sezione “Icelandic panorama” del Reykjavik film festival. Il documentario, della regista danese Ulla Boje Rasmussen, si chiama “La Saga dei Thor”, e all’uscita il pubblico è ammutolito e depresso.

La storia del giovane Thor comincia a metà degli anni Ottanta, quando davanti ai suoi occhi di quindicenne il padre è arrestato per uno scandalo legato all’industria della pesca. Thor va a studiare negli Stati Uniti e nel 1991, all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica, investe in una fabbrica di birra a San Pietroburgo, che poi rivenderà all’Heineken. Col denaro appena incassato dalla multinazionale olandese, e tanta voglia di ristabilire l’onore della famiglia, Thor Bjorgolfsson torna nella madrepatria proprio quando il governo ha deciso di privatizzare il sistema bancario. La sua famiglia diventa così proprietaria di una larga fetta della Landsbanki, e come ironizza l’economista Thorvaldur Gylfason in uno dei suoi saggi sulla crisi, metterà in pratica il detto secondo cui “il modo migliore per rapinare una banca è averne una”.

Poiché la famiglia di Thor Bjorgolfsson è considerata legata all’Independent party, la privatizzazione della Landsbanki rischia di diventare un affare di partito. E così finiscono sul mercato anche le altre due principali banche, Glitnir e Kaupthing, con un occhio di riguardo per gli azionisti vicini alla Social Democratic Alliance, il secondo partito. Anche perché la Deutsche Bank e gli altri investitori esteri cui il governo islandese si è rivolto non sono interessati a un mercato così piccolo, in cui le scelte non sono sempre meritocratiche.

Se ai patronimici islandesi si sostituissero altri cognomi, sembrerebbe di essere in Sicilia. “La nostra società funziona per network di conoscenze, per clan familiari, per quello che in Italia si chiamerebbe mafia”, spiega Kolfinna in perfetto italiano. La sua opposizione alla vulgata che vuole l’Islanda rinascere dalle proprie ceneri, più forte di prima, non la rende popolare, ma a essere fuori posto ci è abituata da quando tornata, nel 2007, dopo 10 anni all’estero. “La società era impazzita. Tutto ruotava attorno alle banche, ogni progetto artistico, ogni idea. Anche i miei amici di sinistra non facevano altro che parlare di azioni e finanza. Ho cominciato a parlarne pubblicamente, ma senza risultati”. Kolfinna ha vissuto a Strasburgo e poi a Pristina, dove lavorava le Nazioni Unite. È proprio dal Kosovo, dice, che ha importato alcune idee usate nelle manifestazioni.

“Ammiravo molto la creatività di Albin Kurti e del gruppo Vetevendosje: sugli enormi fuoristrada dell’Onu aggiungevano una T e una G e la sigla UN diventava ‘TUNG’, arrivederci, in albanese, per rivendicare l’autodeterminazione. Ho cercato di utilizzare questo stile a Reykjavik – ricorda Kolfinna – ma era troppo presto. In autunno abbiamo bruciato la bandiera della Landsbanki, ma la gente è rimasta choccata. L’apice è arrivato dopo, nel gennaio 2009, quando anche le persone comuni scendevano in piazza con pentole e padelle. E molti islandesi – sorride – erano convinti di essere stati loro a inventare la cacerolada”.

[Continua…]

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