Islanda, la rivoluzione lenta. Sesta puntata: debiti e risparmi

Sesta parte del mio reportage dall’Islanda, pubblicato da Galatea di novembre col titolo “Hanno salvato i ricchi“.

Debiti e risparmi.

Nella caffetteria dell’università, la vita scorre come se nulla fosse. Viktor e Laufey sono due studenti del primo anno, lui di Scienze politiche, lei di Inglese. I genitori hanno impieghi statali e la crisi li ha solo sfiorati. «Sarebbe bello che il paese imparasse qualcosa – ammette Viktor – poterci far stimare all’estero per il nostro welfare e non per i nostri miliardari». Ma la gente è ancora concentrata sull’apparenza, e i coetanei «viziati e abituati ad avere tutto. C’è perfino una banca che pubblicizza, sui giornali per teenager, prestiti tramite sms – Laufey sorride sotto gli occhiali spessi – «puoi chiedere fino a 40mila corone (circa 265 euro), ti arrivano subito sul conto e in quindici giorni le restituisci» (gli interessi possono superare il 23%, più oneri aggiuntivi, come spiegano le clausole sul sito web della ‘Hradpeningar’.) Viktor è convinto che, quando starà a loro entrare nel mondo del lavoro, l’Islanda avrà trovato nuove risorse per rinascere: «Prima delle banche abbiamo avuto le aringhe e ora dicono che forse c’è il petrolio» chiosa Laufey.                      

Intanto, però, non sono pochi i giovani adulti che scelgono l’emigrazione, in particolare i più qualificati, tanto che il Ministro della Sanità ha lanciato un appello perché troppi medici si stanno trasferendo a lavorare in Norvegia. Chi invece è rimasto in Islanda nonostante tutto è Roberto, un trentenne italiano arrivato qui nel 2007. “Attirato dagli interessi attorno al 15% ho spostato i miei risparmi dalle Bermuda e dalla Svizzera a un conto di deposito islandese”. Roberto non era uno speculatore, aveva soldi ai Caraibi e ai piedi delle Alpi perché in quei paesi aveva lavorato come cuoco. Ma in quel fatidico 6 ottobre 2008, quando apre la pagina dell’home banking, vede che quasi il 40% dei suoi risparmi se n’è andato. Fa appena in tempo ad andare in banca e ritirare il resto: “Altri amici che sono andati solo poche ore dopo non ce l’hanno fatta”, racconta mentre guida la jeep della sua agenzia di viaggi. “Ho dovuto investire per forza in una nuova attività qui – commenta – perché con la svalutazione della corona i miei soldi non valgono più nulla, fuori da qui”. Del paese è comunque innamorato, e ora medita addirittura di aprire un salumificio.

A Gardabaer, comune satellite di Reykjavik, casette a schiera tutte uguali costruite negli anni del benessere, abita la sua amica Gusta, padrona di casa modello, che l’ascesa e la crisi le ha viste da vicino, lavorando in banca per quasi trent’anni. Serve a Roberto una torta deliziosa, prepara il caffè e mostra con orgoglio il maglione che ha appena finito di sferruzzare, lana islandese e tipiche decorazioni jacquard. “Lavoravo alla Spron, una piccola cassa di risparmio. Anche noi eravamo cresciuti – ricorda – dai 70 dipendenti che eravamo alla fine degli anni Ottanta, a oltre 200 nel 2008. A quanto mi risulta, ed è stato provato anche dalle indagini successive, i nostri conti erano in ordine. Eppure, a marzo 2009 ci hanno chiuso”. Secondo Gusta, non sapeva le motivazioni reali nemmeno il direttore, che infatti scoppia a piangere quando convoca i dipendenti. “I correntisti hanno ricevuto la comunicazione che i loro conti erano passati alla Arion Bank (l’erede della Kaupthing). Ai lavoratori è stato proposta la disoccupazione o il passaggio al nuovo istituto”. A Gusta, però, non piaceva la prospettiva di una grande banca, con una mentalità troppo diversa e speculativa. Da poco ha ricominciato a lavorare per un altro piccolo istituto, la Mp Banki, dove pian piano stanno tornando i vecchi clienti e altri colleghi, “ricostruendo la famiglia”.

Gusta è felice del nuovo lavoro, ma preoccupata per il mutuo da 55 milioni di corone (360 mila euro) che ancora sta finendo di pagare, e per il futuro dei suoi figli. E di persone scontente e preoccupate si riempie di nuovo la piazza del Parlamento, nella serata gelida di lunedì 3 ottobre. Questa volta non c’è il palco per gli interventi politici, ma, fin dal pomeriggio, anziane signore e giovani punk dai giubbetti borchiati si danno da fare per riempire la piazza di barili di metallo verdi e rossi. Alle 19, in corrispondenza con il discorso della premier Johanna Sigurdardottir, comincia la cacerolada. Tutti hanno portato da casa cucchiai e martelli, li picchiano con convinzione su pentole, padelle e scatole di biscotti. Qualcuno combatte il gelo con piccoli falò dentro i bidoni colorati, dove hanno ritagliato fori per la combustione a forma di cuore o di casetta.

Nel rumore assordante, quasi non si sentono le parole di Olafur Isleifsson, economista dell’università di Reykjavik, che beve un cappuccino da un tavolo al bordo della piazza, prima di unirsi anche lui alla manifestazione. “Una delle vittorie del popolo islandese – spiega – sono stati i referendum che hanno respinto le proposte di rimborso ai correntisti esteri dei conti Icesave. Landsbanki era una banca privata, e la responsabilità verso i risparmiatori stranieri è soltanto loro”, sostiene. Eppure, secondo altri analisti, ora il rischio è che i governi olandese e britannico ricorrano alla Corte di giustizia europea. Secondo Olanda e Regno Unito, infatti, rifiutare di rimborsare i correntisti stranieri significherebbe violare le normative dello Spazio economico europeo, di cui l’Islanda fa parte, sulla non-discriminazione in base alla nazionalità. Se la Corte darà loro ragione, Governo e cittadini islandesi rischiano di pagare anche di più di quanto avrebbero pattuito gli accordi bocciati con i referendum.

Anche Olafur si sofferma sulla farsesca gestione delle banche prima del crollo: “Erano gli stessi grandi azionisti a farsi concedere crediti enormi, risucchiando le risorse delle proprie banche”. Ora, l’auspicio è che le indagini e i giudizi contro i banchieri si possano concludere prima della fine dell’anno, ma le persone sono impazienti. Sull’ingresso nell’Unione Europea Olafur non si pronuncia. Gran parte della popolazione è ostile, teme che la Ue sia interessata alle risorse naturali e ittiche dell’Islanda. “Io vorrei prima vedere l’accordo e poi esprimere un parere, certo la questione del pesce sarà cruciale. Appartenere all’euro, poi, avrebbe impedito la svalutazione della corona, ma d’altronde – osserva – il turismo e i settori dell’industria che si rivolgono all’esportazione ne hanno beneficiato”.

Dall’altra parte della piazza, il ritmo tribale non dà tregua. Picchiano sulle latte di metallo casalinghe e studenti, pensionati e lavoratori, in una rabbia rumorosa che andrà avanti per quasi tre ore.

[Continua…]

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