Emilia zona rossa. Parte prima: “Questo bimbo è un terremoto”

Torno al blog dopo una lunga pausa, per pubblicare, un po’ per volta, il mio reportage sul terremoto in Emilia. L’ho scritto, ancora una volta, per il bimestrale svizzero di lingua italiana Galatea. Ecco la prima parte.

“Questo bimbo è un terremoto. In senso buono.” Alessandro, bocca imbronciata e canotta a mezze maniche, stringe con  le manine grassocce il volante del camion parcheggiato, domenica mattina, in piazza a San Prospero, 20 km da Modena, 22 metri sul livello del mare. Ha un anno e mezzo ma ne dimostra 3. “Gli danno troppo da mangiare”, continua Giuliano, un occhio sul nipote e l’altro sul vicino che entra ed esce dal piano terra. A puntellare le porte, pali metallici rosso scuro. L’uomo trasporta scatole, carte, oggetti. L’inagibilità non è arrivata, fino a quel momento si può entrare, a proprio rischio.

Giuliano darà una mano con il suo camion a trasportare il salvabile in un altro appartamento. Dalle 4.01 di domenica 20 maggio, il camion è anche la sua casa. Lui e la moglie dormono nel cassone telato da quando la prima scossa di terremoto di magnitudo 6.1 ha cominciato a cambiare i connotati e la quotidianità della Pianura Padana Emiliana. Sotto la terra, hanno spiegato gli esperti, dorme un Appennino sommerso, punto d’incontro tra Africa, Europa e Mar Adriatico. Il bilancio del sisma, con la prima scossa seguita da altre due di magnitudo 5.9 e 5.3 nella mattinata di martedì 29 maggio, da un’altra del 5.1 domenica 3 giugno, e da migliaia di scosse minori, è di 27 morti, molti dei quali nelle fabbriche, e circa 5 miliardi di danni stimati sugli edifici.

Telecamere e giornali di mezzo mondo hanno mostrato il sisma della Bassa padana, che ha colpito  le province di Modena, Ferrara, Mantova, Reggio Emilia e Bologna, attraverso gli orologi delle sue torri, dimezzati come pizze strappate con le mani. A San Felice sul Panaro, i passanti si fermano in bicicletta davanti al bastione della Rocca, crepato ma ancora in piedi sotto gli sguardi menagrami delle telecamere Rai e Mediaset. “La Camera del lavoro è nel prato di fronte alla Coop”, recita un cartello. A pochi giorni dal sisma alberi e transenne sono tempestati di fogli A4 che annunciano parrucchiere aperte, trasferimenti temporanei, aziende agricole che vendono fragole e meloni tra i nastri bianchi e rossi che recintano fienili pericolanti.

In campagna, molti casolari battono bandiera gialla e verde. È dei comitati No Gas Rivara, che da anni si oppongono al progetto di stoccaggio di gas, voluto dall’ex ministro modenese Carlo Giovanardi, nonostante i pareri negativi delle autorità regionali, ribaditi dopo il sisma. Le polemiche dei primi giorni riguardano le possibili azioni umane in grado di provocare terremoti, e le difficoltà di integrazione nelle tendopoli: “Tòt chi négher, chi li ha mai visti tutti questi extracomunitari? Son venuti dall’altro capo della provincia, per mangiare e dormire gratis”.

A Finale Emilia, 16mila abitanti, le tendopoli della protezione civile sono l’ultima spiaggia. Chi può si accampa per proprio conto assieme ai vicini, per stare attenti ai ladri, fare una corsa dentro casa a recuperare un paio di calzini. Lunedì 4 giugno il centro è ancora un deserto di crepe e macerie. I quartieri nuovi hanno retto, ma con lo sciame sismico che continua, dentro casa non ci dorme nessuno. Al parcheggio del supermercato Famila, Fiorenzo ed Elena si incontrano con una collega venuta da Modena a salutarli. “Sono stanca di giocare al terremoto”, si è sentita dire Elena da Gloria, la sua bimba di 4 anni. “Adesso quando ci sono le scosse – dice – si fa pipì addosso”. A due passi dalle transenne che recingono la Rocca Estense, lo chef dell’Osteria Fefa siede tra i tavoli vuoti. Chissà quando si potranno riaccendere i fornelli, quando torneranno burro e strutto per la torta degli ebrei. Le farmacie hanno riaperto nei container, prosperano i negozi di articoli per campeggio. Elena scherza, salutando la collega: “Se avevo ancora la casa ti invitavo per un aperitivo”.

Continua nei prossimi giorni su questo blog (ma è già disponibile in versione quasi integrale su Galatea).

Nel frattempo, un enorme grazie va a tutti coloro che non si sono tirati indietro nel rispondere alle mie domande, che non mi hanno cacciata mentre mi intrufolavo nei loro giardini o mi affacciavo sulla soglia delle loro tende e camper, che mi hanno mostrato il loro dolore e la loro voglia di ricominciare. E un altro grazie a Ferox, Ceci, Simo, Michi, e sicuramente qualcun altro che sto dimenticando.

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3 pensieri su “Emilia zona rossa. Parte prima: “Questo bimbo è un terremoto”

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  3. Pingback: Emilia zona rossa. Parte quarta: Fabbriche e case | gnomade

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