Emilia zona rossa. Ottava parte: Abbiamo riaperto

Storie dal terremoto, scritte per Galatea, ripubblicate qui. Ultime puntate.

Vacca, Camurana

A Rovereto ci si sente soli, altri invece sono stufi della troppa visibilità. I produttori di Parmigiano, per esempio, investiti da una gara di solidarietà che in alcuni casi si è trasformata in sciacallaggio, con offerte di acquistare il formaggio a due o tre euro al chilo. Dopo le prime manifestazioni spontanee, la vendita del parmigiano terremotato è passata ai consorzi. Uno di questi, per recuperare le parti sane dalle forme danneggiate, ha richiamato in servizio una decina di anziani casari, i soli ancora in grado di eseguire a mano i tagli che oggi fanno le macchine. Gli “space cowboys” del parmigiano, però, non vogliono foto, “non è mica una festa”. “Viene da piangere a vedere le forme accatastate, che rischiano di ammuffire”, commenta una funzionaria.

Al caseificio Novese rispondono: “Lasciamo stare”. Silenzio anche all’azienda agricola Morara di Camurana, tra Medolla e Mirandola, che conferisce il latte al vicino caseificio San Luca, anch’esso danneggiato. Alla Morara, il 20 maggio è crollata una stalla, ma delle cento vacche non ne è morta nemmeno una. “Le abbiamo trovate tutte ammassate nell’unico angolo che è rimasto in piedi”, dice una bella signora mentre culla il nipotino di tre mesi all’ombra del portico. Il figlio e il consuocero non vogliono perdere tempo a raccontare.

Il tempo delle maniche rimboccate si ferma al cimitero di Mirandola. Due carabinieri, con i pennacchi e la giacca con le code, precedono la bara di Biagio Santucci, 24 anni, una delle vittime  della Haemotronic. Il sindaco, senza cravatta, si allontana a piedi, sfilandosi la fascia tricolore. Il parcheggio del cimitero è da tempo un’area di sosta per i camper dei giostrai. Oggi, con tutta la città che dorme in tenda, i loro panni stesi e le ciabatte infradito non fanno nessun effetto. Colleghi di Biagio parlano sottovoce accanto a un’auto. Ricordano la mattina del crollo, le porte che non si aprivano, la fuga. “Eravamo in 25, ne sono morti 4”, dice uno dietro gli occhiali scuri, “ma la colpa è solo del terremoto. Avevano riaperto tutte le aziende, nessuno poteva sapere”.

Operai, Medolla

Ha riaperto, in un nuovo capannone a Crevalcore, anche la Gambro, multinazionale di proprietà svedese che controlla metà del mercato delle macchine per dialisi. Lo stop del distretto biomedicale ha avuto ripercussioni globali, con stabilimenti che, dall’Umbria alla Repubblica Ceca, devono ricorrere alla cassa integrazione finché non ricominceranno ad arrivare le forniture da Mirandola e dintorni. “Qui non si è fatto male nessuno, perché in azienda c’erano pochissime persone, e perché siamo stati fortunati”, dichiara il giovane portavoce, Biagio Oppi, e racconta: “due operai, impegnati nei lavori di ripristino dopo il primo terremoto, hanno vissuto la scossa del 29 appesi a una gru e sono rimasti illesi”. I genitori di Biagio, a Cento di Ferrara, sono fuori casa. L’azienda, che nel ’64 è nata con 4 dipendenti, e ora ne ha 800 soltanto nella fabbrica mirandolese, smantellerà lo stabilimento per rifarlo da capo. Operai puntellano i capannoni per estrarre prodotti e macchinari. Dove non si arriva vanno dall’alto i vigili del fuoco. “È cambiato tutto, spiega Biagio, a nessuno importa più delle formalità e delle cravatte”. E se con la prima scossa la parola era “ripartire”, con la seconda ci si è cominciati a domandare “che senso ha”.

Continua: domani e dopodomani le ultime due puntate.

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