Emilia zona rossa. Parte nona: Ripartire per dove?

Reportage in dieci puntate dal terremoto emiliano, realizzato per Galatea. Questa è la penultima, le altre le potete recuperare sul blog.

Centro storico, Moglia

Ripartire per dove, è il dubbio che affiora, non ancora nelle stanze della politica ma tra le persone. Chi ha creduto di possedere la terra prendendosene cura, irregimentando i fiumi, coltivandola, facendoci crescere anche capannoni e villette, da quella terra si è trovato tradito, costretto a riscoprire il significato di antiche locuzioni come “se Dio vuole”, inshallah, dimenticate nei decenni di prosperità del capitalismo sociale emiliano.

La prima risposta, per il momento, è ancora il lavoro. Riaprono i negozi di Moglia, primo comune della Lombardia. Riaprono i bar di Novi, gli anziani tornano a giocare a carte e solo certi sguardi un po’ troppo sbiechi suggeriscono che lo stordimento pomeridiano non sia da lambrusco, ma da ansiolitici. Ha riaperto il laboratorio di Alessandra, che produce decorazioni in porcellana a San Felice, e grazie al terremoto, dice, ha conosciuto i vicini di casa di cui prima non sapeva nemmeno i nomi. È imprenditrice anche Sonia, che abitava accanto nella zona rossa di Mirandola, e ora le siede vicina su un gradino. Aspettano la fine di un sopralluogo che potrebbe decretare la riapertura della loro strada.

Non ha chiuso nemmeno un giorno il centro La lucciola, una villa sull’argine del Panaro, che ospita una trentina di bambini con disabilità gravissime, alcuni dei quali così legati ad abitudini e routine che la mattina del sisma non volevano convincersi a lasciare l’edificio pericolante. Le attività ora si fanno nelle tende, e si piange sulle botti di aceto balsamico, rimaste nel sottotetto. “Avevamo appena finito di progettare i lavori per l’acetaia dopo la scossa del 20”, ricorda Giovanni, “ma quella del 29 ha reso tutto inutile, il mosto di quest’anno sta già fermentando”.

Giocatori, Novi di Modena

In attesa di chiarezza sui contributi, su cosa accadrà allo scadere della moratoria su Imu, mutui e bollette, e su come saranno destinati gli oltre 20 milioni di euro di donazioni private raccolti in un mese dalla prima scossa, chi può preferisce mobilitare parenti e reti di contatti. Elia, 26 anni, di Gavello vicino Mirandola, parla con orgoglio della tendopoli autogestita della frazione, che accoglie 80 persone: “Siamo di campagna, ci sappiamo arrangiare, l’organizzazione militarizzata delle tendopoli ufficiali non è per noi”. Alle circa 14 mila persone assistite da 5 mila volontari di Protezione civile (pensionati o lavoratori dipendenti che hanno diritto a congedi pagati per prestare servizio, mentre le aziende vengono rimborsate dallo Stato), va aggiunto chi se cava con aiuti spontanei, organizzati attraverso Facebook e distribuiti, soprattutto nelle campagne, da ragazzi dei centri sociali o ultras. Nel capoluogo, Modena, i cittadini che si sono resi disponibili per attività coordinate dal Centro servizi volontariato sono così numerosi che molti potrebbero non essere mai convocati.

Intanto, gli Enti locali riprogettano i piani di investimento per ricostruire edifici pubblici e scuole, e un esperto di criminalità organizzata come Enzo Ciconte avverte di vigilare: “Le infiltrazioni mafiose passano soprattutto per l’edilizia”. Per il decreto sull’emergenza, i terremotati non sono tutti uguali: per i lavoratori dipendenti privi di cassa integrazione si prevede una “contribuzione figurativa”, per autonomi e precari una “indennità una tantum”.

Domani l’ultima puntata.

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