Emilia zona rossa. Decima parte: Domani

Ultima parte del reportage sul terremoto pubblicato su Galatea di luglio/agosto.

Ragazza e vigile del fuoco, Mirandola

In centro a Mirandola, i vigili del fuoco lavorano sulle chiese e sulle torrette del Castello dei Pico, altri si danno il cambio per accompagnare i cittadini a recuperare il possibile da case, studi e negozi della zona rossa. L’attesa è paziente e multietnica. Massimo, agente immobiliare, vuole posizionare una bacheca su vendite e affitti accanto al gazebo dei vigili. “Chiedono tutti case al piano terra”, spiega. Paola e Gianni sono pronti con il furgone per svuotare il negozio di scarpe. “Lo chiuderemo”. Hanno un altro negozio a Cavezzo, che a breve dovrebbe tornare agibile. E alcuni fornitori (“ma non tutti”, precisa lei) si sono offerti di riprendere indietro le calzature della stagione.

Ji, 43 anni, viene dalla Cina. Spera di recuperare da casa gli occhiali nuovi della figlia. Fa l’operaia da sette anni, ma il suo italiano non basta a spiegare cosa produce l’azienda, che impiega lavoratori da mezzo mondo: Africa, Albania, Marocco e Pakistan. Ji, con il marito e due figli, sta in tendopoli. Ci tiene a dire che il trattamento è buono, ma il viso della bambina tradisce la delusione quando si parla del cibo: “Sempre pasta, non siamo abituati”, abbozza.

Alla tendopoli dietro il castello dei Pico vivono in 310, meno di un terzo italiani. Ci sono anche 42 volontari, 6 cani e un pappagallo. A pasto, spiega il responsabile, si può scegliere tra due primi e la carne “è tutta halal”, conforme alla macellazione islamica. Mili ha 3 figli ed è arrivato dal Marocco un anno e mezzo fa, ma ora è disoccupato. Anche prima del terremoto era deluso dall’Italia. Vorrebbe rientrare, la moglie non se la sente: “dice che i parenti ci deriderebbero”. Nel campo, precisano i volontari, ci sono solo persone in regola col permesso di soggiorno. Che fine avranno fatto gli stranieri irregolari, colpiti dal terremoto e privi di ogni assistenza? Tra gli ospiti del campo, pare, nessuno ha conoscenti in questa situazione.

Fiocco rosa, Mirandola

Tra crisi economica e terremoto, tornare è diventata una prospettiva. Lo dice anche Sulman, studente di meccanica all’istituto tecnico, seduto insieme alla madre, uno zio e 5 fratelli e sorelle. Shamza fa le elementari, “la terza G”. Ha riccioli neri corti, ma non le piacciono: “Glieli ha tagliati una cinese, qui al campo”, spiega un altro fratello, Arsalan. Parveen, avvolta in un sari rosso, non apre bocca. “Ha 15 anni ed è casalinga”, chiarisce Arsalan per lei. Avevano 7 mila euro da parte per tornare in Pakistan e i documenti pronti, per rifarli si deve andare a Roma all’ambasciata. É rimasto tutto in casa, assieme ai gioielli, spiega la madre a gesti, occhi neri intensi, capelli già un po’ grigi sotto un foulard fucsia.

Fatima, 15 anni, marocchina, è tornata dall’esame di terza media. “I prof sono stati cattivi”, spiega, e si volta a ridacchiare con la sua nuova amica, Jarida, che ha un anno in più e viene dall’Albania. Nel suo perfetto accento modenese, Fatima preferisce parlare della notte del sisma, del sangue freddo che ha avuto nell’uscire di casa per ultima, portando con sé i documenti di tutta la famiglia. Uno dei fratelli, racconta, “era in ospedale e l’hanno fatto uscire con il tubo attaccato”. Ma un ragazzino commenta: “Fatima dice un sacco di balle”.

Vicino alla mensa, una ragazza italiana dagli occhi azzurri inveisce con un volontario. Si lamenta della pulizia, l’altro alza la voce. Subito arriva una decina di agenti di polizia. Se c’è una cosa che non manca nelle zone terremotate sono le divise. Fino a pochi minuti prima, i responsabili del campo riflettevano sull’eventuale prolungamento delle tendopoli dopo il 20 luglio, data di inizio del Ramadan. Ma prima devono capire come arrivare alla fine della giornata.

[FINE]

Tornerò a raccontare il terremoto e la ricostruzione nei prossimi mesi. Ancora grazie a tutti quelli che mi hanno lasciato entrare anche se la casa non c’era più.

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