Tremare, rifare. Un invito a raccontare

Papaveri, Fossoli

Papaveri, Fossoli

Le cose si fanno bene o non si fanno. Oppure ci si prova. Questa cosa per adesso la chiamo “Tremare, rifare”.  È un invito a provare, per chi scrive e per chi legge.

Si avvicina il primo anniversario dei terremoti emiliani. È tutto il corpo che ricorda, e lo sa bene chi gli è morta una persona cara: nei dintorni di quel giorno, soffri di più. Ne approfitti per permetterti di soffrire, perché normalmente non sta bene, gli altri giorni bisogna lavorare, e se ti chiedono come stai devi rispondere “Bene, grazie”. Fanno così le persone bene educate, specialmente gli emiliani, quelli che si rimboccano le maniche, come vuole la vulgata pre e post terremoto. Agli anniversari, invece, anche i bene educati possono piangere in pubblico.

Per i giornalisti, gli anniversari sono importanti. Perché i temi “freddi”, quelli di cui tutto l’anno non gliene frega nulla a nessuno, si riscaldano un po’. Se sei un esperto di Cile non puoi lasciarti sfuggire l’11 settembre di quest’anno, quarantesimo del colpo di stato. In un piccolo intorno di quel giorno, i reportage e la ricerca che fai varranno qualcosa. Se scappa la ricorrenza, è come presentare un libro sul campo di Auschwitz il giorno dopo il 27 gennaio. Vabè, il giorno dopo si può ancora. Anche dieci giorni dopo. Ma se il tuo libro è pronto a febbraio, ciccia. Aspetti l’anno dopo, se va bene.

L’anniversario del mio terremoto, quello che a me non ha distrutto nulla, ma le scosse le ho sentite bene e per qualche mese ne ho scritto, e quasi ogni giorno ne leggo sulla stampa locale, quell’anniversario lì io l’ho lisciato. Da un po’ di mesi volevo fare qualcosa. Quel che so fare, raccontare, scrivere. Ne ho parlato, ci ho pensato. Con colleghi. Con persone terremotate, alcune attivissime in comitati e proteste. Con amici e conoscenti. Ho letto libri, ascoltato conferenze. Ma non ho scritto più nulla. Sono stata un po’ seduta sulle macerie a pensare. Mentre tanti stanno facendo e hanno fatto, raccontano e ricordano, e tanti non hanno fatto ancora abbastanza, e tanti non pensavano che a un anno di distanza sarebbero stati ancora così.

Ho letto del Friuli e dell’Irpinia. Domenica, o forse già domani, andrò all’Aquila, che prima, da intera, non l’ho mai vista, e dell’Abruzzo terremotato ho visto solo Coppito, in un weekend d’estate di festa e dolore. Ho ripensato a Gibellina, una piccola Brasilia attraversata in un’estate caldissima, mi ci ha portato Chiara sul camper di Eugenia. Ho letto storie e articoli e post su Facebook di gente della Bassa. Andrò a vedere qualche spettacolo teatrale, corpi in scena e memoria delle scosse.

“Tremare, rifare” è un progetto tutto da fare. Non ha neanche un dominio web, neanche una rete, se non quelli a cui ho parlato di questa idea, a pezzetti e frammenti. Non so neanche ancora bene quando farlo, solo non vorrei che restasse nel cassetto, come cento altre idee di cui forse almeno qualcuna era buona. Vorrei incontrare persone, vedere le loro case e le loro fabbriche rifatte, ascoltare memorie e rimpianti. Capire dai posti che hanno tremato tempo fa, magari immaginare come sarà la terra in cui vivo, fra qualche tempo. Scoprire se da qualche parte le scosse hanno sprigionato anche qualcosa di buono. Mi ha raccontato Federico di due persone che si sono innamorate facendo i volontari. Mi ha raccontato Angelica del suo bambino che sta per nascere, o forse è nato da poco, anche se la bella villa della sua famiglia non la vedrà mai. Vorrei ascoltare altre storie, e capire se dopo la rabbia è nata almeno comprensione, o rassegnazione, o fuga. Vorrei tornare nella Bassa, in Friuli, in Abruzzo, in Irpinia e in Sicilia. Dove la terra ha tremato.

Pranzo di ringraziamento dei volontari, Gavello

Dunque, l’invito. Provate a scrivermi se avete una storia da raccontare. Di quello che avete capito, o scoperto, quando la terra ha tremato. Di quello che è andato distrutto e di come lo avete ricostruito, o abbandonato. Di quello che prima non c’era, ed è nato sulle macerie. Provate a scrivermi se volete accompagnarmi a vedere un posto, a incontrare una persona. Meglio ancora se volete ospitarmi a dormire, accompagnarmi a fare le foto, raccontare con me. Non so bene cosa ne uscirà. Ci saranno altri anniversari, forse in tempo per quelli avremo scritto qualcosa. Vorrei venire a sentire le vostre storie, e quasi sicuramente, se non sarete troppo in salita o non pioverà troppo, vorrei arrivarci lentamente, magari in bicicletta. Non vorrei solo ira, ma riflessioni. È tutto un po’ vago, ma proviamo?

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2 pensieri su “Tremare, rifare. Un invito a raccontare

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