Donne, uomini e caporali

Dei caporali, gli intermediari dell’agricoltura, si tende a parlare, al bar come sui cosiddetti “grandi giornali”, come si parla degli scafisti. I veri cattivi del nostro tempo.

Gli scafisti cattivi che sfruttano i disperati e li affogano nel mare, i caporali cattivi che sfruttano i disperati e li massacrano di lavoro. Di solito si dimentica il contesto. Di frontiere chiuse, in un caso, di prodotti agricoli svenduti alla grande industria, nell’altro. Di tanti che dovrebbero controllare, o decidere, e fanno finta di non vedere, oppure non sanno decidere di fissare regole giuste. Regole che mettano le persone prima dei profitti, e delle frontiere.

Molti, e non è meno grave, promettono azioni e leggi ma dimenticano di ascoltare chi su quei terreni lavora, per farsi dare qualche consiglio e sapere cosa sta succedendo davvero.

Gran Ghetto Rignano Garganico, Foggia

Gran Ghetto Rignano Garganico, Foggia

A chi vuole saperne di più consiglio i tanti lavori di Antonello Mangano con la casa editrice Terre Libere e i report di organizzazioni che lavorano sul campo, con progetti come Terragiusta di Medici per i diritti umani.

Se poi volete sapere quello che ho capito, e scritto, io ecco qualche link.

Delle voci di Radio Ghetto, meraviglioso microprogetto del quale sono felice di avere fatto parte, ho scritto su Internazionale.it. Su Redattore sociale ho scritto della salute dei braccianti, dell’economia straordinaria e illegale del Gran Ghetto, dei sogni dei ragazzi che raccolgono i pomodori (spesso molto diversi dagli stereotipi su di loro). Ho chiesto a Giulia Anita Bari di Medu di proporre qualche soluzione e ho cercato qualche progetto che tenta di costruire un’alternativa allo sfruttamento e alla fatica: Funky Tomato e VàZapp’. Ho parlato con Gianluca Nicoletti a “Melog Cronache Meridiane” di “Caporalato, il finto sconosciuto“.

E le donne del titolo di questo post sono le big mama del Gran Ghetto (Aisha, Angela e Maimuna le mie preferite), che cucinano in mezzo alla polvere e possono lavare tre volte al giorno un pavimento di plastica.

Verso Lampedusa

Salvataggio di migranti, aprile 2001 (foto di S. Manca)

Salvataggio di migranti, aprile 2001 (foto di S. Manca)

Anna dice “chiamami appena puoi”. Giusi posta su Facebook la foto dei sacchi di cadaveri sul molo e una poesia di Ungaretti, “Di che reggimento siete, fratelli?”. Stefano mi richiama subito. Da qualche mese lo hanno trasferito a Siracusa: “I siriani – racconta – sono diversi dagli alti migranti che ho visto negli anni. Arrivano medici, vigili del fuoco, impiegati di banca. Parlano inglese, hanno voglia di raccontare”. L’ultimo naufragio, Stefano non lo ha visto, ma subito manda il contatto di un’amica, da chiamare una volta sull’isola.

Tra poche ore sarò di nuovo a Lampedusa. Lì, due anni fa, ho conosciuto Anna, infermiera, e Giusi, insegnante. Tutte e due impegnatissime nell’accoglienza, quella che lo Stato non faceva. Ho incontrato Stefano, Alessandro e i loro colleghi della guardia costiera. E tanti ragazzi tunisini come Ilyess, che ora è a Parigi e culla il suo bambino appena nato, e Zouhaier, che vive in Lazio e ha avuto da poco il permesso di soggiorno.

Cercherò di raccontare un’altra tragedia ingiusta, di questo Mediterraneo chiuso e di questa Europa fortezza. Ci ho provato nell’aprile 2011 da Lampedusa, ci ho provato insieme a Ilyess dalla tendopoli di Trapani, o dalla frontiera greca davanti al Muro di Evros. Ci provo ancora stavolta, soprattutto grazie a Galatea che me lo ha proposto. C’è voluta qualche ora di ricerca per trovare posto in aereo, ci vorrà un po’ di coraggio per riuscire a stare a modo mio nel circo mediatico di questi giorni.

Evros, Grecia: un nuovo muro divide Asia ed Europa

Kastanies, il primo villaggio dopo la frontiera turca

Kastanies, il primo villaggio dopo la frontiera turca

La Grecia che arranca sotto il peso del debito pubblico è la stessa che investe circa 5 milioni di euro per costruire una barricata di acciaio e filo spinato a difesa del confine con la Turchia, un tratto di terra di 12,5 km, tra la città di Nea Orestiada e il villaggio di Kastanjes. Tutto il resto del confine, fino all’Egeo, è segnato dal fiume Evros. Dai campi o dal fiume, negli ultimi anni decine di migliaia di migranti sono entrati in Europa: nel 2010 circa 36 mila, nel 2011 28 mila, soprattutto da Afghanistan, Pakistan e Bangladesh. Un fiume umano che spaventa i governi, anche se in realtà la maggior parte degli stranieri extracomunitari entra nell’Unione dagli aeroporti, con visti turistici. A dicembre 2012 il “muro” è stato ultimato. Ma già a fine agosto, quando ne esisteva soltanto un frammento, il numero di migranti entrati dal confine dell’Evros era calato drasticamente, di pari passo con l’enorme dispiegamento di polizia (tra i 1800 e i 2mila agenti), e di tecnologie come le telecamere con sensori di calore, che individuano un essere vivente a 18 km di distanza. Se nella prima metà dell’anno entravano anche 300 stranieri al giorno, da settembre in poi la media non supera i 40 ingressi a settimana.“Stiamo assistendo a uno spostamento dei migranti sul confine turco-bulgaro, e soprattutto sulle isole di fronte alla Turchia, con picchi di 200 a settimana a Samos e Lesvos”, spiega Ewa Moncure, portavoce di Frontex, l’agenzia nata otto anni fa per proteggere i confini dell’Unione Europea, con un budget sempre crescente che per il 2012 ammonta a 115 milioni di euro. “I muri non servono”, ammette Moncure: “Bisogna agire sulle cause che spingono le persone a partire”. Continua a leggere

Auschwitz spiegato a Davide, che a dicembre compie 6 anni

Dal 25 al 30 gennaio, grazie all’Istituto storico di Modena, sono stata sul Treno per Auschwitz organizzato dalla Fondazione ex Campo Fossoli. Il 3 febbraio, a cena dai miei amici Pitton, Davide, il loro figlio “grande”, mi ha chiesto un sacco di cose. Non sapevo se dovevo cambiare argomento. Ho pensato ai 500 studenti che erano sul treno con me, allo spettacolo sui Virus della memoria, che Carlo Lucarelli ha condotto per noi una sera, in un cinema di Cracovia affittato tutto per noi. E all’intelligenza, all’amore e alla comprensione come antidoto alla barbarie. Ne avevamo parlato sul treno, al ritorno, nella carrozza ristorante, con Carlo Boccadoro, Carlo Saletti e Paolo Nori, e i ragazzi delle superiori che stavano con noi, nella carrozza ristorante affollata di persone che per cinque giorni avevano condiviso emozioni. E così a cena con Davide, che è nato nel 2006, visto che c’erano anche i suoi genitori lì con noi, e non mi hanno detto di cambiare argomento, e potevano ascoltare e aiutarmi se sbagliavo, ho provato a rispondere.

Dove sei stata in viaggio? In Polonia. A vedere cosa? Dei campi di prigionia che c’erano quando c’era la guerra. Quale guerra? Una di 70 anni fa, che adesso è finita. C’erano i soldati? No, non c’erano, perché è passato tanto tempo, sono già morti. E li hai visti, i morti? No, i morti sono sottoterra, al cimitero, sai come quel cimitero che c’è vicino a casa tua a Monghidoro, quello della Futa, che là ci sono tutti degli altri soldati morti sempre in quella guerra.

E dei prigionieri, hai visto proprio le gabbie? Continua a leggere

Dalle piazze di Spagna: le ragioni degli indignati. Settima (e ultima) puntata

E’ on line su Galatea il reportage “Finalmente in piazza”, da Barcellona e Madrid.

Questa è la settima e ultima puntata. Le altre sono qui: iiiiiiivvvi.

 

La plenaria
L’assemblea plenaria comincia quasi puntuale alle 20.15. Bisogna raggiungere l’accordo di oltre mille persone su come proseguire la lotta. Parla il portavoce del gruppo “giuridico” che ha formulato la proposta di lasciare l’accampamento con un evento di festa e rivendicazione. L’ordine del giorno preparato dal gruppo di moderazione dell’assemblea prevede che parlino i portavoce delle altre commissioni, poi ci sia un turno di interventi per esprimere dubbi, un altro di puntualizzazioni, e infine che si possa esprimere il consenso (in pratica votare) sulla proposta, eventualmente riformulata. Per evitare il rischio di veti da parte di una minoranza, al sistema di segni usato anche a Barcellona se ne è aggiunto un altro: muovere la mano aperta davanti al volto per dire “non sono d’accordo, ma non pongo il veto”. La discussione di fatto procede tra una grande maggioranza favorevole a sospendere l’accampamento, per continuare la battaglia con altri strumenti, e una minoranza che invece desidera restare a Sol con le tende. Il paradosso è che molti di quelli intenzionati a restare, di fatto, non stanno partecipando all’assemblea, ma restano a suonare la chitarra nelle tende, o sono tra i tanti emarginati che in questo luogo hanno trovato un’occasione di accoglienza.

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Il mestiere della penna: interviste sul giornalismo. # 3, Alberto Spampinato

(pubblicato sul Mucchio n.668 – marzo 2010)

Per Reporter Sans Frontieres l’Italia è crollata al 49esimo posto nella classifica mondiale sulla libertà di informazione. Per  Freedom House è l’unico paese dell’Europa occidentale retrocesso in serie B, tra le nazioni in cui la stampa è “parzialmente libera”. A imbavagliare l’informazione, secondo le due organizzazioni, sono naturalmente il conflitto di interessi del Premier e l’eccessiva concentrazione della proprietà dei media, ma destano preoccupazione anche la proposta di legge sulle intercettazioni e il crescente numero di minacce e intimidazioni, un fenomeno poco noto ma che riguarderebbe nel nostro paese circa 200 giornalisti e fotoreporter solo nel triennio 2006-2008. A fare luce sulle storie dei cronisti minacciati e delle notizie oscurate con la violenza ci prova “Ossigeno per l’informazione”, un osservatorio made in Italy, nato “dall’intuizione, dalla testardaggine e dalla storia personale”, come racconta uno dei fondatori, Alberto Spampinato.

Da dove nasce il tuo impegno per la libertà di informazione?

Mio fratello Giovanni è stato ucciso nel 1972 mentre lavorava a una clamorosa inchiesta sulle diramazioni siciliane della strategia della tensione. Aveva 25 anni, era uno studente di filosofia, impegnato politicamente, e si era formato come giornalista facendo il corrispondente da Ragusa per “L’Ora di Palermo”, battagliero quotidiano diretto da Vittorio Nisticò. Giovanni era un ragazzo curioso che cercava di capire cosa accadeva davvero a Ragusa, oltre l’apparenza di città quieta e “babba” (in siciliano “stupida”, ndr). All’inizio del ’72 la città è sconvolta da un delitto efferato e tra i sospettati c’è il figlio di un influente magistrato. Tutti lo sanno, ma solo Giovanni lo scrive, e otto mesi dopo viene assassinato. Io ho cominciato a fare il giornalista dopo la morte di mio fratello, ma solo negli ultimi anni ho approfondito la sua storia con un lavoro d’inchiesta. Mi sono reso conto che quello che è successo allora si ripete ancora. Molti fatti importanti vengono raccontati solo da qualcuno, che se non ritratta subisce guai: emarginazione, discredito, fino ad arrivare a minacce e omicidi. Non accade soltanto in Russia. In Italia, negli ultimi 40 anni, sono stati uccisi 11 giornalisti di cui 9 per mafia e 2 per terrorismo.

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Il mestiere della penna: interviste sul giornalismo. #2, Amira Hass

Amira Hass dai Territori

di Giulia Bondi

(pubblicato su Galatea, novembre 2010)

Amira Hass è l’unica giornalista ebrea israeliana che vive nei Territori Palestinesi. Dalla “prigione a cinque stelle” di Ramallah denuncia le contraddizioni del potere raccontando storie di tutti i giorni, per il quotidiano israeliano Haaretz e la rivista italiana Internazionale. Non vuole parlare del conflitto israelo-palestinese, ma “dell’occupazione israeliana, perché è di questo che si tratta”.

La società israeliana trae vantaggio dall’occupazione?

Per gli israeliani ormai è diventata normale. I territori sono un laboratorio per l’industria bellica, per sperimentare tecnologie che vendiamo in tutto il mondo. Poi c’è l’acqua: se ci fosse pace dovremmo dividerla equamente e smettere di vivere come fossimo in Svizzera. Tutti gli ebrei israeliani guadagnano dall’occupazione, ma nel lungo periodo è un suicidio. Non possiamo vivere in questa regione se gli arabi ci vedono come eredi dei crociati.

Si può sperare nei colloqui di pace?

Israele si dice parte di un processo di pace, ma i fatti mostrano il contrario. Da 20 anni le politiche israeliane, dagli insediamenti alle restrizioni alla libertà di movimento dei palestinesi, stanno rendendo di fatto impossibile la creazione di due Stati. La proposta che fanno gli Stati Uniti coincide, praticamente, con l’idea che ha Netanyahu di uno stato palestinese: un territorio piccolo e frammentato. Non si parla dei confini del 1967, dell’unità tra Gaza e Cisgiordania, di Gerusalemme Est capitale.

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Lasciateci entrare nei Cie! L’appello di Fortress Europe

26 May 2011
Lasciateci entrare nei Cie! L’appello dei giornalisti

La Tendopoli di Trapani, trasformata in Cie

Esce oggi su alcuni quotidiani nazionali l’appello di un primo gruppo di giornalisti, che negli anni recenti ha seguito da vicino le questioni dei centri di espulsione e che chiede l’abrogazione della circolare che da due mesi vieta alla stampa l’ingresso nei Cie. Di seguito l’appello e i primi firmatari. Per i colleghi delle altre testate: pubblicate l’appello sui vostri giornali e sui vostri siti, leggetelo in radio e in televisione. E segnalateci le adesioni. Facciamoci sentire! Continua a leggere