Islanda, la rivoluzione lenta. Ultima puntata: cambiamenti

Ultima  puntata del reportage dall’Islanda, pubblicato da Galatea di novembre col titolo “Hanno salvato i ricchi“.

Cambiamenti.

Fuori da Reykjavik tutto cambia. La furia d’Islanda non è più quella degli indignati che smartellano forsennatamente contro le transenne che proteggono l’Althingi. È la forza delle cascate d’argento che percuotono la terra lavica, è il calore sotterraneo che fa ribollire acqua e gas a Geysir, è il mistero dell’oceano visto dal faro di Dyrholey, è il candore del Vatnajokull, il ghiacciaio più grande d’Europa. Fuori, tra chilometri e chilometri di pascoli per pecore oberate di lana, la vita si svolge attorno ai distributori di benzina o alle fattorie.

Nella minuscola cittadina di Kirkjubæjarklaustur, a due passi dallo spettacolare parco nazionale di Skaftafell, Unnar, 40 anni, gestisce il piccolo supermercato. È indaffarato alla cassa, le persone si affrettano per gli ultimi acquisti e tutti, compreso un anziano in carrozzella con un berretto di lana calcato fin sopra gli occhi, pagano con la carta di credito, anche solo per una confezione di pesce secco e un pacchetto di caramelle. Unnar si è trasferito da meno di un anno, la moglie fa l’insegnante in una scuola che ha in tutto 42 bambini, tra gli allievi ci sono anche le loro due figlie. A Reykjavik non riuscivano a vivere decentemente, nonostante Unnar, oltre al commesso in un negozio, facesse il riparatore di automobili e il tassista di notte nel weekend.

Così sono tornati nel paese di origine della moglie. Hanno chiesto una consulenza a una società chiamata Spara, per capire in che ordine fosse meglio ripagare i vari mutui accesi, per evitare l’escalation degli interessi. Tra pochi anni saranno liberi dai debiti. Ora, Unnar ha tempo da passare con le proprie figlie, che prima frequentava solo a colazione la domenica, prima di buttarsi sul letto distrutto. Che molte famiglie si dichiarino più felici dopo la crisi, lo ha rilevato anche uno studio dell’Università d’Islanda: i bambini sarebbero più soddisfatti, ora che molti genitori lavorano meno e trascorrono più tempo con loro, rispetto a quando avevano la casa piena di Playstation comprate a credito.

Nel paradiso bianco e azzurro della laguna glaciale di Jokulsarlon lavora Runolfur, detto Ronnie, 51 anni, per 23 pescatore di merluzzi nel villaggio di Hofn. “Amavo tantissimo navigare, finché il sistema delle quote non ci ha reso la vita impossibile”. Il sistema islandese che assegna alle imprese quote di tonnellaggio per le diverse specie ittiche, e che ora anche l’Unione Europea potrebbe prendere a modello, ha rafforzato un oligopolio di poche compagnie medie e grandi, alle quali progressivamente i piccoli pescatori sono stati incentivati a cedere le proprie quote. Una spirale che sta portando allo spopolamento molti piccoli centri, e ha attirato anche una condanna formale delle Nazioni Unite.

Ronnie non si è dato per vinto, lavorare per una grande compagnia non gli piaceva, così è diventato “pescatore di uomini e cacciatore di aurore”. Assieme a due dei suoi cinque figli, lavora alla laguna glaciale di Jokulsarlon. Va ancora per mare, ma solo per trasportare i turisti ad ammirare gli iceberg, che si staccano dal Vatnajokull come mostri fantastici fatti di neve e cristallo, qua e là screziati di nero per la cenere delle continue eruzioni. Si naviga su mezzi anfibi dipinti di bianco e giallo, l’amico di Ronnie che gestisce le gite sulla laguna li ha comprati dall’esercito statunitense, che li aveva progettati per il Vietnam. Nei mesi in cui non c’è turismo, Ronnie arrotonda lo stipendio con la sua passione, la fotografia. I suoi scatti di psichedeliche aurore boreali sono in vendita nella caffetteria di Jokulsarlon, e per il resto basta accontentarsi. Niente viaggi all’estero, quando ci sono i turisti si lavora tutti i giorni, e d’inverno ogni momento è buono per saltare sulla jeep assieme al cane Baldo e andare a immortalare la magia dei paesaggi islandesi.

È diventata un set fotografico anche la spiaggia nera di Reynishverfisvegur, due faraglioni sottili che spuntano dall’acqua scura dell’Oceano, grotte e pareti fatte di colonne pentagonali che sembrano progettate da Gaudi. Il basalto grigio fa risaltare i toni fluo della nuova collezione di abiti per lo snowboard, un brand disegnato a Reykjavik e fabbricato, ovviamente, in Asia. La stilista, Heida, tra un’indicazione e l’altra al fotografo e alle modelle, racconta: “In realtà noi soffriamo soprattutto per la crisi globale, perché vendiamo molto all’estero”. È convinta che la società islandese potrebbe anche diventare migliore, dopo quello che è successo: “Molte persone che prima erano abituate a viaggiare all’estero ora stanno riscoprendo la bellezza dell’Islanda e il piacere di cose più semplici”, dice.

Fuori Reykjavik ci va appena può, con i suoi 3 figli, anche Kristinn mar Ársælsson, 32 anni, che assieme alla compagna, Solveig Alda Halldorsdottir, ha fondato nel 2009 all’associazione Alda, che in islandese significa “Onda”. “Ci siamo accorti che il nuovo governo, pur avendo tentato di ricostruire il sistema difendendo il welfare e l’istruzione, non intendeva cambiare la struttura del sistema finanziario”. Alda, nei cui gruppi di lavoro partecipano decine di cittadini, chiede invece un cambiamento di sistema: forme di democrazia deliberativa sul modello di Porto Alegre, una regolamentazione del sistema finanziario “che metta fuori legge le transazioni puramente speculative come i derivati”, l’avvio di esperienze di social banking “che finanzino i progetti non in base ai profitti ma all’utilità sociale”. Processi lenti ma, secondo Kristinn, irrinunciabili: “perché oggi, in tutto il mondo occidentale, il denaro è considerato più importante delle persone, e perché consumiamo risorse a un ritmo insostenibile”. Per Kristinn e Solveig la crisi in realtà è stata l’occasione di cominciare a impegnarsi “per la democratizzazione della società”. Ora stanno traducendo in inglese le pagine web dell’associazione e sognano di mettersi in rete con gli altri gruppi di attivisti di cui hanno letto e sentito parlare in tutto il mondo.

“Il vero e più grande cambiamento è che ora anche mia nonna sa che può scendere in piazza, e prima non lo avrebbe mai fatto”, riprende Katrin Oddsdottir davanti a toast e patatine fritte al Café Paris di Reykjavik. Avvocato, impegnata nella difesa dei rifugiati politici, 34enne, Katrin è sposata con una coetanea e si definisce una femminista. “Nel periodo delle proteste avevamo anche messo in piedi un ‘Governo di emergenza delle donne’, perché molti dei responsabili della crisi erano maschi in cravatta, che hanno passato la vita a moltiplicare denaro e non hanno idea di cosa sia la realtà”. Katrin ha fatto parte del Consiglio Costituzionale, “perché sono una che sogna di cambiare il mondo, e quello mi sembrava un buon modo di fare la mia parte, per un tempo limitato, senza lasciarmi corrompere dal potere, come succede a chiunque entri in politica”.

Nel 2008-2009 è stata in prima fila nelle proteste, ricorda bene di quando fu bruciato l’enorme albero di Natale di Austurvollur, davanti all’Althingi, o quando la maggior parte dei manifestanti andò a offrire tè e cioccolatini alla polizia, cui il giorno prima erano state lanciate uova. “La protesta funzionò perché aveva delle richieste chiare, e perché è stata nonviolenta ma implacabile”. Perché si tratti di una vera rivoluzione, c’è ancora tanta strada: “Il Governo di Johanna sta facendo del proprio meglio – sostiene – ma anche loro tutto sommato stanno ricostruendo il modello precedente, una specie di Frankenstein, un morto che cammina. Per abbattere il sistema finanziario globale ci vuole più tempo. Per ora – aggiunge con orgoglio – abbiamo capito che possiamo alzare la testa. Che i ricchi e i potenti non hanno sempre ragione. Che il potere appartiene alle persone. È un inizio”, sorride Katrin ottimista. Poi slega la bicicletta e comincia a pedalare controvento.

 

[Fine]

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Islanda, la rivoluzione lenta. Sesta puntata: debiti e risparmi

Sesta parte del mio reportage dall’Islanda, pubblicato da Galatea di novembre col titolo “Hanno salvato i ricchi“.

Debiti e risparmi.

Nella caffetteria dell’università, la vita scorre come se nulla fosse. Viktor e Laufey sono due studenti del primo anno, lui di Scienze politiche, lei di Inglese. I genitori hanno impieghi statali e la crisi li ha solo sfiorati. «Sarebbe bello che il paese imparasse qualcosa – ammette Viktor – poterci far stimare all’estero per il nostro welfare e non per i nostri miliardari». Ma la gente è ancora concentrata sull’apparenza, e i coetanei «viziati e abituati ad avere tutto. C’è perfino una banca che pubblicizza, sui giornali per teenager, prestiti tramite sms – Laufey sorride sotto gli occhiali spessi – «puoi chiedere fino a 40mila corone (circa 265 euro), ti arrivano subito sul conto e in quindici giorni le restituisci» (gli interessi possono superare il 23%, più oneri aggiuntivi, come spiegano le clausole sul sito web della ‘Hradpeningar’.) Viktor è convinto che, quando starà a loro entrare nel mondo del lavoro, l’Islanda avrà trovato nuove risorse per rinascere: «Prima delle banche abbiamo avuto le aringhe e ora dicono che forse c’è il petrolio» chiosa Laufey.                       Continua a leggere

Islanda, la rivoluzione lenta. Quinta puntata: corruzione all’islandese.

Quinta puntata del reportage dall’Islanda, pubblicato da Galatea di novembre col titolo “Hanno salvato i ricchi“.

Corruzione all’islandese

Secondo Kolfinna, però, le proteste di oggi sono ferme alla lamentela, prive di un’agenda precisa, e la società non sta realmente cambiando: “Credo ci siano dei piccoli segnali, un’associazione come ‘Alda’ per esempio, che cerca di mutare la mentalità delle persone, promuovere pratiche democratiche e rispetto della natura, sostituire il concetto di crescita con quello di sostenibilità. A parte questi piccoli esempi – dice, – le persone continuano a rivolgersi ai propri compagni di scuola, che magari siedono in Parlamento, o al Governo, se hanno bisogno di ‘sistemare’ qualche affare”. Continua a leggere

Islanda, la rivoluzione lenta. Quarta puntata: saghe, banche e paradossi

Quarta puntata del reportage dall’Islanda, pubblicato da Galatea di novembre col titolo “Hanno salvato i ricchi“.

Saghe, banche e paradossi.

“Quello che veramente servirebbe all’Islanda è entrare nell’Unione Europea”, afferma con convinzione Kolfinna Baldvinsdottir, 40 anni, giornalista e blogger, davanti a una birra da Solon, il bar più noto di Bankastraeti. “Invece vedo una mentalità sempre più chiusa e arrogante, sembra che preferiamo la Cina all’Europa”. Il riferimento è all’enorme ambasciata che Pechino sta realizzando nella capitale islandese, agli investimenti cinesi arrivati nel paese dal 2008, e a Huang Nubo, il miliardario cinese che sta attendendo l’autorizzazione dal Governo per acquistare Grimsstadir, un vasto terreno (circa lo 0,3% di tutto il territorio islandese) a Nordest dell’isola, sul quale afferma di voler costruire un resort turistico di lusso. Nubo, che sarebbe pronto a investire 10 milioni di dollari per comprare l’area e altri 100 per attrezzarla, è legato da un’amicizia pluriennale al marito di Ingibjorg Solrum Gisladottir, ministro degli Esteri negli anni della crisi, ora in partenza per Kabul come funzionaria delle Nazioni Unite. E nonostante il premier Johanna Sigurdardottir prema per l’ingresso nella Ue, il presidente della repubblica va più spesso in Cina che a Bruxelles. Continua a leggere

Islanda, la rivoluzione lenta. Terza parte: La nuova Costituzione

Terza puntata del reportage dall’Islanda, pubblicato da Galatea di novembre col titolo “Hanno salvato i ricchi“.

La nuova Costituzione.

Dal letame della crisi è nato il Constitutional Council, un’assemblea di 25 cittadini, eletti tra 522 candidati senza la mediazione dei partiti, che ha lavorato da aprile a luglio 2011 per redigere la nuova bozza di Costituzione.

A curarne l’organizzazione è stato Thorsteinn Sigurdsson, alle spalle studi di Business Administration negli Stati Uniti e un lavoro come portavoce di Skatar, l’associazione islandese dei Boy scout. “Ho saputo che cercavano un responsabile e ho presentato domanda – spiega con semplicità – anche se ero scettico, perché qui i posti pubblici sono assegnati per clientele politiche”.

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Islanda, la rivoluzione lenta. Seconda parte: proteste

Continua il reportage dall’Islanda, pubblicato da Galatea di novembre col titolo “Hanno salvato i ricchi“. Un pezzettino al giorno, oggi la seconda parte.

Proteste.

Davanti al parlamento, sabato 1 ottobre, oltre a Rebecka ci sono alcune centinaia di persone. Famiglie con bambini, uomini e donne di mezza età, pescatori in tuta da lavoro. La manifestazione è allegra e chiassosa, i partecipanti hanno cartelli che chiedono le dimissioni del governo, parodie di locandine di film dove politici e banchieri sono diventati una gang di “Inglorious basterds”. Una fascia di una decina di metri attorno al Parlamento è protetta da transenne e poliziotti antisommossa, senza i quali i deputati non se la sentirebbero di entrare per la prima seduta della sessione autunnale dei lavori. Continua a leggere

Islanda, la rivoluzione lenta. Prima parte.

Ecco la prima parte del mio reportage dall’Islanda, pubblicato da Galatea di novembre col titolo “Hanno salvato i ricchi“. Chi non ha già letto la versione integrale la troverà qui, diluita, un pezzettino al giorno.

“Signora, che ne pensa dei banchieri?” “Fuck them all, mi scusi il linguaggio”, risponde Rebecka, e subito abbassa a terra gli occhi azzurri. Ha una sessantina d’anni e i capelli grigi, se ne sta seduta su una panchina della piazza davanti all’Althingi, il Parlamento di Reykjavik, stretta nella sua giacca a vento nera. “Dicono che la crisi è finita, ma i nostri stipendi non bastano più a fare la spesa, mentre loro hanno ricominciato a volare in prima classe”.

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Indignati a Parma

In attesa del reportage sull’Islanda, l’articolo pubblicato da Galatea di ottobre sulle proteste a Parma che hanno portato alle dimissioni del sindaco Vignali.

 

Ama le rose il sindaco di Parma (l’emiliana città ducale), Pietro Vignali. Ha speso180mila euro per piantarle sul lungoparma (la Parma è il torrente che traversa la città) ma l’impianto di irrigazione non funzionava. ‘Pink roses’ è goccia nel mare di denaro pubblico, sottratto alle casse del Comune attraverso consulenze fittizie, fatture gonfiate, servizi acquistati e mai realizzati.

A giugno, le manette della Guardia di Finanza. L’inchiesta si chiama ‘Green money’, con passaggio di mazzette documentato in video, in undici in carcere: il comandante della Polizia Municipale, due dirigenti del Comune, il direttore della sede di Parma  della multiutility Iren, il presidente di una società per azioni controllata dall’Amministrazione, presidente e vice di una cooperativa di servizi, tre imprenditori e un investigatore privato. Continua a leggere

Dalle piazze di Spagna: le ragioni degli indignati. Settima (e ultima) puntata

E’ on line su Galatea il reportage “Finalmente in piazza”, da Barcellona e Madrid.

Questa è la settima e ultima puntata. Le altre sono qui: iiiiiiivvvi.

 

La plenaria
L’assemblea plenaria comincia quasi puntuale alle 20.15. Bisogna raggiungere l’accordo di oltre mille persone su come proseguire la lotta. Parla il portavoce del gruppo “giuridico” che ha formulato la proposta di lasciare l’accampamento con un evento di festa e rivendicazione. L’ordine del giorno preparato dal gruppo di moderazione dell’assemblea prevede che parlino i portavoce delle altre commissioni, poi ci sia un turno di interventi per esprimere dubbi, un altro di puntualizzazioni, e infine che si possa esprimere il consenso (in pratica votare) sulla proposta, eventualmente riformulata. Per evitare il rischio di veti da parte di una minoranza, al sistema di segni usato anche a Barcellona se ne è aggiunto un altro: muovere la mano aperta davanti al volto per dire “non sono d’accordo, ma non pongo il veto”. La discussione di fatto procede tra una grande maggioranza favorevole a sospendere l’accampamento, per continuare la battaglia con altri strumenti, e una minoranza che invece desidera restare a Sol con le tende. Il paradosso è che molti di quelli intenzionati a restare, di fatto, non stanno partecipando all’assemblea, ma restano a suonare la chitarra nelle tende, o sono tra i tanti emarginati che in questo luogo hanno trovato un’occasione di accoglienza.

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Dalle piazze di Spagna: le ragioni degli indignati. Sesta puntata

E’ on line su Galatea il reportage “Finalmente in piazza”, da Barcellona e Madrid.

Questa è la sesta (penultima) puntata, se non l’avete ancora fatto potete recuperare la prima, la seconda, la terza, la quarta e la quinta.

L’utopia
Unione, solidarietà, intelligenza collettiva. Victoria e Fernando esprimono gli stessi concetti. Lei ci è arrivata da sola, “con tanto dolore”. Lui ha cominciato a discuterne qui, con gli altri del movimento. Era arrivato pensando di ricavarne una tesina, per il suo dottorato in antropologia, e si è fermato a progettare proposte politiche a lungo termine. «Per esempio sostituire l’idea di diritti umani, che sono nati durante la guerra fredda e discendono dall’alto, con un concetto di responsabilità reciproca, della società verso i cittadini e viceversa» e «sostituire il sistema patriarcale e capitalista con relazioni orizzontali tra i popoli, basate sull’interesse comune. Non possiamo eliminare il denaro – dice – ma riformare questo sistema finanziario disumano e privo di senso, sì». Continua a leggere