Una seconda Chance: Marco Rossi Doria da maestro di strada a sottosegretario

Per dodici anni ha fatto il “maestro di strada” nei Quartieri Spagnoli di Napoli. Ora è sottosegretario all’Istruzione nel Governo Monti. Di scuola ne sa. L’intervista a Marco Rossi Doria pubblicata da Terre di Mezzo nel numero di settembre 2011.

Una seconda Chance

Una cosa non si deve chiedere a Marco Rossi Doria: di rinunciare alla cravatta. L’ha sempre indossata, anche quando prestava servizio nei Quartieri Spagnoli, dove è stato per 12 anni “maestro di strada”. “È un promemoria -spiega-, perché non puoi chiedere a un tuo alunno di essere responsabile, se tu sei il primo a negare la tua età”.

Il professore parla lentamente, alternando termini forbiti e dialetto: ogni due parole una pausa, è di una chiarezza quasi spietata. Una caratteristica che ha affinato “riacciuffando” i ragazzi nei vicoli più degradati di Napoli. Era il 1995, così nasceva “Chance”, “ribattezzata subito Scianz dai ragazzi -ricorda Rossi Doria-: era la scuola della seconda occasione, dedicata a chi, in un percorso tradizionale, non era riuscito a conseguire nessun titolo di studio e per questo aveva abbandonato”. Un fenomeno che, secondo l’Istat, nel 2010 ha riguardato un giovane su cinque tra i 15 e i 24 anni, uno su tre nelle aree metropolitane del Sud. Continua a leggere

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Dalle piazze di Spagna: le ragioni degli indignati. Settima (e ultima) puntata

E’ on line su Galatea il reportage “Finalmente in piazza”, da Barcellona e Madrid.

Questa è la settima e ultima puntata. Le altre sono qui: iiiiiiivvvi.

 

La plenaria
L’assemblea plenaria comincia quasi puntuale alle 20.15. Bisogna raggiungere l’accordo di oltre mille persone su come proseguire la lotta. Parla il portavoce del gruppo “giuridico” che ha formulato la proposta di lasciare l’accampamento con un evento di festa e rivendicazione. L’ordine del giorno preparato dal gruppo di moderazione dell’assemblea prevede che parlino i portavoce delle altre commissioni, poi ci sia un turno di interventi per esprimere dubbi, un altro di puntualizzazioni, e infine che si possa esprimere il consenso (in pratica votare) sulla proposta, eventualmente riformulata. Per evitare il rischio di veti da parte di una minoranza, al sistema di segni usato anche a Barcellona se ne è aggiunto un altro: muovere la mano aperta davanti al volto per dire “non sono d’accordo, ma non pongo il veto”. La discussione di fatto procede tra una grande maggioranza favorevole a sospendere l’accampamento, per continuare la battaglia con altri strumenti, e una minoranza che invece desidera restare a Sol con le tende. Il paradosso è che molti di quelli intenzionati a restare, di fatto, non stanno partecipando all’assemblea, ma restano a suonare la chitarra nelle tende, o sono tra i tanti emarginati che in questo luogo hanno trovato un’occasione di accoglienza.

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Dalle piazze di Spagna: le ragioni degli indignati. Sesta puntata

E’ on line su Galatea il reportage “Finalmente in piazza”, da Barcellona e Madrid.

Questa è la sesta (penultima) puntata, se non l’avete ancora fatto potete recuperare la prima, la seconda, la terza, la quarta e la quinta.

L’utopia
Unione, solidarietà, intelligenza collettiva. Victoria e Fernando esprimono gli stessi concetti. Lei ci è arrivata da sola, “con tanto dolore”. Lui ha cominciato a discuterne qui, con gli altri del movimento. Era arrivato pensando di ricavarne una tesina, per il suo dottorato in antropologia, e si è fermato a progettare proposte politiche a lungo termine. «Per esempio sostituire l’idea di diritti umani, che sono nati durante la guerra fredda e discendono dall’alto, con un concetto di responsabilità reciproca, della società verso i cittadini e viceversa» e «sostituire il sistema patriarcale e capitalista con relazioni orizzontali tra i popoli, basate sull’interesse comune. Non possiamo eliminare il denaro – dice – ma riformare questo sistema finanziario disumano e privo di senso, sì». Continua a leggere

Dalle piazze di Spagna: le ragioni degli indignati. Quinta puntata

E’ on line su Galatea il reportage “Finalmente in piazza”, da Barcellona e Madrid.

Questa è la quinta puntata, se non l’avete ancora fatto potete recuperare la prima, la seconda, la terza e la quarta.

 

Sete di politica
Più che ai giovani egiziani o tunisini, gli indignadosdichiarano di riferirsi all’Islanda, dove, dal gennaio 2009, le proteste nate dalla crisi economica hanno portato alle dimissioni del governo, alla nazionalizzazione di alcune banche e a rielaborare la Costituzione. Molti convengono che la realtà spagnola è ben diversa da un paese di poco più di 300 mila abitanti. In piedi davanti a una piccola urna con la scrittaIrene propuestas, Irene parla nell’iPhone di un giornalista boliviano, tremando per il freddo. È ingegnere, disoccupata. Sol è la sua prima esperienza politica, aveva fatto un po’ di volontariato nella lotta al cancro e all’Aids, ma così piena di energie non si era mai sentita.

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Dalle piazze di Spagna: le ragioni degli indignati. Quarta puntata

E’ on line su Galatea il reportage “Finalmente in piazza”, da Barcellona e Madrid.

Questa è la quarta puntata, se non l’avete ancora fatto potete recuperare la prima, la seconda e la terza.

 

Puerta del Sol
Sul volo Ryanair, giovani stewart e hostess non troppo diversi dai manifestanti, formati per saper gestire un’emergenza e prestare soccorso in caso di necessità, con sorrisi ingessati propongono ai passeggeri sei biglietti della lotteria a 10 euro, con una parte dei fondi destinata ad “aiutare i bambini poveri del mondo”. Sulla metropolitana che conduce alla Puerta del Sol, un sessantenne di nome Emilio esprime curiosità per la proposta degli indignados, ma si dice perplesso: “troppo pochi riferimenti culturali e troppi perroflautes”, letteralmente “cane e flauto”, cioè barboni e punkabbestia. La rivoluzione a Puerta del Sol, nel cuore di Madrid, comincia a respirarsi appena fuori dalla fermata della metropolitana. La piazza è a forma di mezzaluna, leggermente in declivio, la parte più alta è occupata da lavori stradali, il resto dalle tende, tenute ferme da bottiglioni d’acqua, e dalle baracche dei gruppi di lavoro, sorte tra le due fontane e la statua equestre di Carlos III. Sol si chiama anche “chilometro zero”, perché è da qui che si dirama la rete stradale che porta da Madrid al resto della Spagna. Un lato della piazza è costeggiato da una strada aperta ad autobus e taxi, il resto è pedonale.

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Dalle piazze di Spagna: le ragioni degli indignati.Terza puntata

E’ on line su Galatea il reportage “Finalmente in piazza”, da Barcellona e Madrid.

Questa è la terza puntata, qui potete recuperare la prima e qui la seconda.

L’assemblea, i gruppi di lavoro

Tra i giovani manifestanti c’è chi ha alle spalle una militanza nei movimenti sociali, ma molti sono alla prima esperienza politica. Cristian: «Il contributo dei movimenti è stato grandissimo dal punto di vista organizzativo, perché non sai condurre un’assemblea di quattromila persone o gestire una cucina se non l’hai fatto prima, almeno in un piccolo gruppo». Adriana, operatrice sociale e fotografa, originaria di Catania, in Spagna da cinque anni: «La cosa più importante è l’eterogeneità del movimento: giovani, bambini, famiglie, persone che sono venute a vedere e sono rimaste impressionate dall’impegno e dalla mobilitazione. La cucina va avanti grazie alle donazioni dei venditori del mercato di Barcellona, e c’è stato un giorno in cui abbiamo dovuto chiedere di interrompere le donazioni in denaro». Poco dopo le 21, la piazza straborda di gente per l’assemblea plenaria. Non ci sono solo giovani, ma lavoratori, pensionati, tutti seduti pazientemente ad ascoltare comunicazioni e proposte. Le decisioni si prendono con un sistema di simboli. Agitare le mani alzate significa essere d’accordo, incrociarle sopra la testa è un veto. Se un intervento si dilunga troppo, si ruotano le mani per invitare il relatore a concludere. Il primo problema è quello della lingua. La moderatrice chiede, in catalano, che chi ha difficoltà a capire alzi la mano, e subito dalla piazza le rispondono, in castigliano: “Non abbiamo capito la domanda”.

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Dalle piazze di Spagna: le ragioni degli indignati. Seconda puntata

E’ on line su Galatea il reportage “Finalmente in piazza”, da Barcellona e Madrid.

Questa è la seconda puntata, qui potete recuperare la prima.

Il dibattito
Yasser, 32 anni, non è qui per la protesta. In Pakistan ha studiato economia e faceva il rappresentante di farmaci. Era arrivato con un po’ di soldi, poi lo hanno truffato e ora sbarca il lunario con panini, acqua e tortillas. Altri vendono con successo lattine di birra a un euro. “El botellon jode la revolucion”, recita un cartello: troppa festa rischia di screditare il movimento e alcuni volantini, tradotti anche in inglese, pregano i venditori di restare ai bordi della piazza. Un ragazzo si avvicina a Yasser per comprare qualcosa, poi ci ripensa «fumo una canna, e torno quando ho più fame».

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Dalle piazze di Spagna: le ragioni degli indignati. Prima puntata

Da oggi è on line su Galatea il reportage “Finalmente in piazza”, da Barcellona e Madrid.

Qui lo potete leggere a puntate, ecco la prima.

Plaza Catalunya ai primi di giugno 2011 è piena di giovani, di banchetti e di tende da campeggio colorate, ma soprattutto di parole. Sui palazzi che circondano questa piazza centrale della seconda città della Spagna campeggiano i giganteschi manifesti pubblicitari delle multinazionali. Ma nella zona pedonale al centro della piazza, sulle statue delle fontane, sugli striscioni appesi tra gli alberi o sulle porte dei bagni chimici, ci sono altre parole. “Gioventù senza futuro e senza paura”, “I nostri fiori contro la vostra violenza”, “Stop al terrorismo economico”, “Non ci sono poliziotti buoni”, e altre ancora, varie e fantasiose. Non bandiere né simboli di partiti, non magliette con la testa del Che, solo qualche sporadica A cerchiata di anarchia. L’unico logo “ufficiale” dell’acampada Catalunya è ispirato alla stella a sei punte che decora il centro della piazza. A Barcellona, l’acampada è il cuore stanziale della Spanish revolution, il movimento di giovani che il 15 maggio sono scesi in piazza, qui e in molte città della Spagna, per rendere visibile la propria indignazione contro un sistema sociale e politico che li sta privando del futuro.

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