Harraguantamo

Da oggi è on line sul sito di Internazionale il video realizzato da Ilyess ben Chouikha e Giulia Bondi, dalla traversata verso Lampedusa alla vita nella tendopoli di Trapani.

Ilyess, 30 anni, originario di Zarzis (Tunisia) ha documentato il suo viaggio da “harraga”, clandestino, in 70 fotografie scattate col cellulare tra il 28 marzo e il 17 aprile 2011. Dalla traversata a Lampedusa, tra emergenza e accoglienza, fino a una tendopoli dove ha vissuto per 13 giorni. “Come a Guantanamo”, dice lui: senza acqua a sufficienza per le docce di 700 persone, tra tentativi di fuga inizialmente negati dalle forze dell’ordine, nella costante incertezza sul proprio destino.

Il cellulare di Ilyess fotografa il barcone carico di migranti, la famiglia che lo accoglie a Lampedusa e poi, soprattutto, la tendopoli di Trapani, la sua “Guantanamo”: le razioni di cibo (consegnato da dietro un’inferriata per ragioni di sicurezza), le schede telefoniche, i momenti di svago giocando a calcio o ballando, gli scioperi della fame e del sonno organizzati per protesta e, infine, il “permesso di soggiorno temporaneo per motivi umanitari”. Gli ultimi scatti mostrano il paesaggio siciliano che vede dal pullman, finalmente libero di proseguire il suo viaggio e tentare di raggiungere Parigi.

Immagini: Ilyess ben Chouikha
Montaggio: Giulia Bondi
Musica: Caldero Roots, Paiheux
Thanks to: Luigi Ottani

I ragazzi di Lampedusa – ultima puntata: Imbarchi e futuro

Settima (e ultima)  puntata  del reportage da Lampedusa pubblicato su Galatea di maggio

(recupera le puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI)

Imbarchi e futuro

La differenza tra i due mondi è vistosa anche a Cala Pisana, dove, dopo giorni di mare troppo grosso, è riuscito ad attraccare il traghetto Excelsior per cominciare a trasferire i migranti in Sicilia e nelle altre tendopoli d’Italia. I volti dei poliziotti sono tutti coperti dalle mascherine, quelli che non stanno lavorando nelle operazioni d’imbarco salgono tranquilli sulla nave, trascinando il proprio trolley pieno di abiti piegati e stirati. I bagagli dei tunisini sono sacchetti di plastica. Vengonotutti aperti ed esaminati minuziosamente, senza tralasciare nessuna t-shirt, nessun calzino. I pullman fanno la spola dal centro d’accoglienza e dal porto fino a questa banchina, costruita nel 2010 in questa caletta più riparata dal vento. I ritardatari li inseguono per salire, nessuno vuole rischiare di restare sull’isola.

I ritardatari inseguono il pullman che porta all'imbarco

Sul corridoio d’accesso alla nave, le dodici stelle dell’Unione Europea. Prima di entrare, i tunisini devono essere perquisiti due volte: prima in modo approfondito poi più sommariamente, per sincerarsi che nelle due ore di attesa sotto il sole, dietro una transenna, non si siano procurati oggetti illeciti da portare a bordo. Le operazioni si svolgono con ordine, sotto gli occhi dei lampedusani che si sono passati voce e vengono a osservare dall’alto la partenza degli “invasori”.

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I ragazzi di Lampedusa – sesta puntata: la “Loran”

Sesta puntata  del reportage da Lampedusa pubblicato su Galatea di maggio

(recupera la prima, la seconda, la terza, la quarta o la quinta puntata se non le hai ancora lette)

La “Loran”: altre storie

Tra i ragazzi che affollano marciapiedi e panchine ce ne sono tanti come Naoufel. E altri come Ahmed, suo sedicente cugino, che impiega 20 minuti d’orologio a tentare di convincere un giornalista a comprargli una bottiglia di whisky. Un’ordinanza del sindaco vieta di vendere alcolici agli stranieri, ma c’è chi la aggira passando i soldi a qualche italiano. Da una parte si proibisce, dall’altra si chiude un occhio, se è vero, come assicurano alcuni giovani isolani, che “per non farli sbroccare del tutto, la polizia, quando li perquisisce, gli lascia addosso il fumo”. Contraddizioni di cui è piena l’isola. La maggior parte dei lampedusani si è fatta in quattro per aiutare “i ragazzi”. Quasi ogni famiglia ha adottato qualcuno, gli prepara da mangiare, lo invita a farsi la doccia. Le strade sono piene di ragazzoni con le sacche da calcio dell’A.S. Lampedusa o gli zainetti di Barbie dismessi da qualche bambina. Eppure, i protagonisti di questa gara di solidarietà sono le stesse persone che hanno bloccato il porto e le strade per impedire che due tendopoli da 500 posti dessero a parte dei tunisini una branda minimamente decente per dormire.

“Se avessimo permesso la costruzione della tendopoli – spiega ancora Anna – sarebbe rimasta qui per sempre”. Le fa eco Maurizio, guardia forestale quarantenne che gli amici vorrebbero “capo della protezione civile”, tanto si è dato da fare per i nuovi arrivati: “Quest’isola – sostiene Maurizio – sarebbe tornata una colonia penale, com’era fino al secolo scorso”. Qualcuno disposto a dare credito a Silvio Berlusconi, e alle promesse di campi da golf ed esenzioni fiscali, sembra esserci. Ma che la tendopoli sarebbe stata svuotata in fretta, non ci ha creduto nessuno. E così, al posto delle tende blu del Ministero dell’interno, sono spuntate le vele, le coperte e i teli di plastica della “collina della vergogna”. Continua a leggere

I ragazzi di Lampedusa – quinta parte: Partenze

Quinta parte del reportage da Lampedusa pubblicato su Galatea di maggio

(recupera la prima, la seconda, la terza o la quarta puntata se non le hai ancora lette)

Partenze

Finito il caffè, si torna al porto ad aspettare. Ma oggi c’è una novità. La nave militare San Marco, quella che secondo le promesse del premier avrebbe dovuto “restare attraccata a Lampedusa per caricare immediatamente i migranti appena sbarcati”, partirà stasera. È ancorata poco distante dal porto e le motozattere, mezzi anfibi che andrebbero bene anche per un’offensiva bellica, faranno la spola per caricare alcune centinaia di persone.

Le prime operazioni di imbarco al porto di Lampedusa - sabato 2 aprile

Nourredine il pasticcere è tra i prescelti per viaggiare. La selezione avviene con criteri apparentemente casuali. Nel nervosismo, al porto, volano botte e spintoni. I primi giorni esisteva una sorta di ordine di arrivo, ma il meccanismo è saltato con l’aumentare degli arrivi sull’isola. Ora, i funzionari di polizia scelgono con criteri “meritocratici”, dicono. Prima quelli di una certa età, o forse quelli che potrebbero provocare altri disordini. Continua a leggere

I ragazzi di Lampedusa – quarta parte: La solidarietà

Terza parte del reportage da Lampedusa pubblicato su Galatea di maggio

(recupera la prima, la seconda o la terza puntata se non le hai ancora lette)

La solidarietà della gente

Dal caos del porto, Ilyess risale a piedi verso il centro, per bere un caffè con Nourredine. Al bar Roma li raggiungono Anna e Giusi, che oltre a loro hanno anche altri protetti. Ogni sera distribuiscono abiti, pasta e panini sulla strada accanto ai giardinetti. Anna, 57 anni, è un’infermiera in pensione, originaria di Roma. Abita sull’isola da quasi un ventennio. Giusi invece insegna italiano e latino al liceo scientifico. È di Bagheria, in provincia di Palermo, aveva chiesto il trasferimento a Lampedusa per un anno, ma ormai è bloccata qui da tre.  Non si lamenta: “Anzi, devo ringraziare la Gelmini di questa esperienza, drammatica ma piena di emozioni”. All’arrivo dei primi ragazzi stranieri minorenni, Giusi ha preparato un gioco e un piccolo progetto didattico da proporre, al pomeriggio, per tenerli un po’ impegnati. Ma la prefettura di Agrigento le ha negato il permesso di entrare al centro di accoglienza. “Questa ‘invasione’ ci ha fatto cambiare opinione sulla Chiesa – dicono Anna e Giusi – perché la Caritas ha fatto tantissimo, molto più della Protezione civile, della Croce rossa e dello Stato in generale: fosse stato per loro, questi ragazzi sarebbero morti di fame”. Tunisini e isolani sono stati molto civili, sostengono, nonostante sia chiaro che la stagione turistica è ormai compromessa: “A subirne le conseguenze saranno le famiglie più umili, quelli che magari d’estate vanno a dormire dai parenti per affittare l’appartamento ai turisti, che si indebitano per tirare avanti d’inverno. I grandi imprenditori – afferma Anna – hanno gli alberghi aperti e funzionanti già da gennaio, pieni di poliziotti e giornalisti”.

Il servizio ricarica offerto da un negoziante di Lampedusa

Nello slancio di solidarietà che ha coinvolto tanti lampedusaninon mancano gli episodi comici. Dario, il fidanzato di Giusi, è venuto a trovarla dalla Sicilia e si è trovato catapultato nell’emergenza, a smistare magliette e catalogare scarpe di seconda mano. L’unico pomeriggio in cui ha deciso di rilassarsi, andando a pescare da solo, un giovane tunisino lo ha raggiunto sugli scogli per chiedergli amo e un pezzo di filo. Di aneddoti da raccontare ne hanno un po’ tutti. “Uno dei ‘miei tunisini’ èstato imbarcato ieri – aggiunge Giusi – e mi ha promesso che tornerà a trovarmi in Lamborghini”. Scuote la testa sconsolata: “Ho aiutato un capitalista!”. Poi si arrotola una sigaretta e si avvia verso casa: qui c’è la calata dei tunisini, ma a scuola stanno facendo i Visigoti, e la lezione è ancora tutta da preparare. Continua a leggere

I ragazzi di Lampedusa – terza parte

Terza parte del reportage da Lampedusa pubblicato su Galatea di maggio

(recupera la prima o la seconda puntata se non le hai ancora lette)

Ilyess

Intanto, al molo, è iniziata la fila per il pasto, ma qualcuno rimane seduto sulla collina. “Non ce la faccio a stare in quella calca”, spiega Ilyess. È un ragazzo minuto, con un bel sorriso.  Viene daZarzis, ha 30 anni e un cappellino dell’Inter che gli ha regalato Anna: l’amica che ha trovato a Lampedusa, lo ha adottato, gli fa il caffè la mattina, lo ha portato a casa a farsi la doccia, lo ha rifornito di abiti puliti. Ilyess ora ha uno zainetto blu che sembra perfetto per una gita scolastica: fazzoletti di carta, salviette, merendine, abiti di ricambio, un’agenda con la dedica di Anna, una busta con un po’ di soldi e la scritta “Bonne chance!”. C’è persino una cartina dell’Italia, “per capire come arrivare in Francia, inshallah”.

Il quaderno con dedica regalato a Ilyess

Il fratello di Ilyess vive nella banlieue di Parigi da quattro anni, senza documenti, e fa le consegne a domicilio per una pizzeria. Ilyess vuole raggiungerlo e spera di poter fare il suo lavoro, decoratore d’interni, come spiega mostrando le foto sul cellulare: pavimenti in ceramica e pareti dipinte si alternano ai primi piani della sua ragazza. “Puoi stare come sans papier anche per qualche anno – sostiene – basta non dare nell’occhio, non fare mai niente contro la legge, neanche prendere la metro senza biglietto”. Il suo obiettivo è lavorare in Francia qualche anno per mandare un po’ di soldi a casa, e risparmiarne altri con cui comprare un appartamento. C’è chi si paga il viaggio dalla Tunisia vendendo la macchina o la moto, lui i mille euro li ha risparmiati da solo, sono l’equivalente di quattro o cinque mesi di lavoro. “Non guadagnavo abbastanza per avere una vita mia, per costruirmi qualcosa. Per questo – spiega – ho deciso di fare harraga, il viaggio da clandestino, anche se a rischio della vita”.In realtà,Ilyess ci aveva già provato una volta, a febbraio, ma la polizia costiera tunisina li aveva fermati quasi subito e lo scafista gli ha reso metà dei soldi. Poi ci riprova, e stavolta funziona. “In 23anni di regime di Ben Ali non ho mai votato per lui – dice – ma ora del nuovo governo non abbiamo ancora visto nessun risultato. Non possiamo perdere tutta la nostra vita”. Alla domanda sulla sua fede in Dio, risponde quasi offeso: “Certo che ci credo, sono musulmano”. L’islam, in effetti, nessuno lo mette in dubbio: nonostante i rischi corsi e la situazione drammatica che stanno vivendo, tutti si affidano ad Allah. L’unico dei ragazzi che, il giorno dopo, si confesserà ateo, vorrà restare anonimo: “Se non sei religioso – si giustifica – molti si sentono in diritto di trattarti male”. Continua a leggere

I ragazzi di Lampedusa – seconda parte

Seconda parte del reportage da Lampedusa pubblicato su Galatea di maggio

(clicca qui per leggere la prima parte)

Perché siamo qui

“Io ho visto con i miei occhi i campi profughi che la Tunisia ha allestito a Ben Gardane, alla frontiera con la Libia: abbiamo accolto decine di migliaia di persone in fuga e gli abbiamo dato tutto”, racconta stupefattoTlili,30 anni, che non si aspettava, dopo 16 ore di mare, anche dieci giorni all’addiaccio.Ha studiato storia moderna, ma faceva il cameriere a Sidi Bouzid, la provincia tunisina dalla quale è divampata la prima rivoluzione del mondo arabo. Per arrivare al giaciglio che divide con altri sei ragazzi, bisogna arrampicarsi su quella che è stata ribattezzata “collina della vergogna”, evitando bottiglie vuote, sacchetti e cartacce. Teli sottili di plastica bianca sono appoggiati su due pali di ferro trovati chissà dove. Molti sassi e qualche pezzo di nastro adesivo, con la scritta “Lampedusa accoglienza”, impediscono che la baracca se ne voli via. La collina è esposta ai venti, l’umidità di notte fa scendere parecchio la temperatura.

La "collina della vergogna" dove molti giovani tunisini vivevano accampati

I ragazzi siedono davanti “casa” su vecchie sedie in plastica bianca. Tlili ieri è riuscito a persino a farsi la barba. “Ci siamo sbarazzati di questo presidente che era un voleur, un ladro, che in 23 anni non ha dato nulla alla Tunisia ma ha fatto arricchire solo il proprio entourage – spiega Tlili – ma il nuovo governo è ancora troppo debole per garantire un cambiamento e noi siamo stanchi di aspettare”. In famiglia sono in 9 ed è ora che lui trovi un lavoro più redditizio per aiutare i suoi. “La nostra è una delle regioni più povere. Sulla costa,nel Sahel, c’è turismo e anche qualche industria”, aggiunge. In realtà i ricchi ci sono anche a Sidi Bouzid: “Quadri amministrativi e militari non hannocerto bisogno di emigrare”.

Lui invece mette da parte i soldi, giorno dopo giorno. Per il viaggio servono 1900 dinari, circa 1000 euro, ed è suo cugino, che vive in Francia, a dargli l’aiuto decisivo. Appena arriva il money transfer da 400 euro, Tlili parte per Zarzis, da dove salperà. Come molti della sua regione, non sa nuotare e la traversata gli fa paura. Ma tutti i 140 passeggeri arrivano a destinazione, a “Lambadusa”. “Dio ci hai aiutato ad arrivare sani e salvi – dice Tlili – e ci aiuterà anche ora, non lascerà che ci riportino indietro. Se tutte queste persone tornassero indietro – aggiunge – la situazione in Tunisia diventerebbe esplosiva”. Continua a leggere